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Sherlock Holmes e il caso del triangolo rovesciato
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Sherlock Holmes e il caso del triangolo rovesciato

Prendendo a prestito il personaggio di Conan Doyle, Modus racconta uno dei filoni più recenti nella ricerca sulle cause dell'obesità; una ricerca che ha molti punti in comune con quella svolta dai diabetologi.

Dopo mesi di insistenze, ero riuscito a convincere il mio illustre amico Sherlock Holmes a farsi visitare da un luminare della medicina. Per quanto sui miei biglietti da visita continuassi a lasciar scritto: 'Dr. Watson, medico', alcuni anni di pensione avevano reso poco più che onorifico il mio titolo.
Contattai un mio vecchio compagno di corso che aveva fatto carriera ed era divenuto cattedratico e primario. Ci ricevette con bonomia in uno studio utilizzato anche come aula. Su una parete campeggiava una lavagna verde.
Dopo i primi scambi di complimenti - il professore conosceva di fama Holmes e, bontà sua, aveva letto i miei resoconti dei casi più strabilianti risolti dal mio amico - quando un'urgenza lo costrinse ad assentarsi.
Subito Holmes mi indicò uno strano schema disegnato sulla lavagna: «Cosa significherà mai questo, mio caro Watson?» chiese.
Si trattava di una sorta di triangolo capovolto.
Ai due vertici in alto una 'O' e una 'D' maiuscole erano legate da una doppia freccia che fungeva da base del triangolo.
In basso una 'l' minuscola era collegata ad ambedue e sovrastata da un punto interrogativo.

Sembrava un enigma irrisolvibile...
Sembrava un enigma irrisolvibile; ma il mio amico aveva già in mente una soluzione. «È elementare Watson» affermò «come si vede dalle pubblicazioni lasciate sulla scrivania, il suo amico si è specializzato in diabetologia, e a questo dobbiamo la 'D'.
Quanto alla 'O', sta sicuramente per 'obesità': non sono molte, dopotutto, le patologie che iniziano con questa vocale e che possono interessare a un diabetologo.
Per quel che riguarda la 'l'...ovviamente ho un'ipotesi ma, come lei sa, non amo tirare a indovinare.
«Cosa sa dell'obesità lei caro Watson?» domandò improvvisamente Holmes.
«Mmm...avevo un parente acquisito piuttosto grasso, il marito di mia zia Guglielmina» risposi soprappensiero.
Evidentemente Scherlock Holmes aveva voglia di parlare e far lavorare un cervello che aborriva il riposo anche più breve.
Per questo non lasciò cadere l'argomento.
«Suo zio non era certo il solo obeso.
In tutto il mondo occidentale il loro numero aumenta.
Lei però non mi ha risposto da medico quale è: cosa causa l'obesità?».

"Ma questa non è una spiegazione, caro Watson"
«Mi pare semplice: diventa obeso chi assume attraverso il cibo più energia di quanta non ne consumi» risposi, soddisfatto della formulazione che avevo trovato.
Una soddisfazione che, subito compresi, era mal riposta.
«Ma questa non è una spiegazione, mio caro Watson, è piuttosto una descrizione!» puntualizzò Holmes.
«Perché mai qualcuno dovrebbe mangiare più di quel che è necessario? L'obeso mangia perché non si sente sazio» riprese Holmes.
«A questo punto vale la pena di chiedersi perché ci sentiamo sazi. Non solo perché lo stomaco è pieno, altrimenti le persone alimentate per flebo proverebbero una fame straordinaria» disse Holmes prevenendo quanto stavo per dire e risparmiandomi una figuraccia.
«Evidentemente, esiste un sistema attraverso il quale l'organismo tiene informato il cervello del suo fabbisogno di energia, un po' come quelle 'spie' che sulle orride macchine di oggi segnalano il livello del carburante».
Iniziavo a intuire che la misteriosa 'l' minuscola avesse a che fare con questa indicazione di sazietà.

"Lei non sa che il 70% dei diabetici tipo 2 è obeso"
Ma prima di proseguire nella catena di deduzioni del mio amico, gli chiesi cosa mai c'entrasse il diabete.
«Lei forse non sa che il 70% dei diabetici di tipo 2 è obeso e che il 40% degli obesi è diabetico» proferì con aria solenne Holmes. Piccato, perché non lo sapevo, mi lanciai in un passo falso: «Allora l'obesità causa il diabete o viceversa!».
Non l'avessi mai detto.
«Che due fenomeni siano in relazione, non significa che siano l'uno causa dell'altro» rispose con un cenno seccato della mano; «probabilmente esisteranno uno o più fenomeni che determinano sia l'uno sia l'altro effetto.
E questo ci riporta allo schema in questione».

'l' come leptina
Holmes era finalmente pronto a svelarmi il mistero della 'l' che era legata sia al diabete sia alla obesità, anche se non era ancora chiaro con quali rapporti di causa-effetto.
La lettera stava per 'leptina' una proteina identificata nel 1994 da Jeffrey Friedman e collaboratori della Rockefeller University insieme al gene che la produce (il gene Ob).
Citando persone e fonti, chissà quando e dove consultate, Holmes mi aggiornò sui risultati di questo filone di ricerca. Scoperto il gene Ob, operando sul DNA dei topi, si ottennero topi privi del gene Ob, incapaci quindi di produrre leptina.
Tutti erano invariabilmente obesi.
Più generalmente i topi obesi avevano livelli bassi di leptina.
Si ipotizzò che la leptina venisse emessa dai tessuti per comunicare al cervello che era stata accumulata una sufficiente quantità di grassi, provocando così la sensazione di sazietà.
Si ipotizzarono dei recettori nelle aree cerebrali, come l'ipotalamo, che presiedono alla sensazione di sazietà.
«Una ipotesi da poco confermata» continuò Holmes: un gruppo di ricercatori della Millenium Research di Cambridge in collaborazione con la Roche americana avevano identificato i recettori della leptina nel plesso coroide e nell'ipotalamo.
Purtroppo una terapia a base di leptina sperimentata alla Rockefeller University con l'aiuto della Casa farmaceutica americana Amgen riduceva l'obesità dei topi, ma dava risultati meno interessanti con gli uomini (a meno che fosse accompagnata da un costante esercizio fisico e da una dieta).
Gli obesi anzi avevano spesso tassi di leptina nel sangue più alti del normale.

Arrivano gli indiani
La leptina insomma invia la sensazione di sazietà al cervello ma non è la mancanza di questo ormone che porta all'obesità. Un mistero degno del mio amico Holmes.
A quel punto la leptina poteva benissimo essere l'effetto e non la causa dell'obesità.
La strada insomma sembrava sbarrata.
«Per fortuna vennero in soccorso gli indiani Pima» concluse Holmes.
Feci un piccolo balzo sulla sedia.
Cosa c'entrava questa tribù di indiani d'America?
Venne fuori che questa popolazione, nota per la sua tendenza all'obesità, era stata oggetto di una lunga indagine, nel corso della quale per anni era stato loro prelevato regolarmente un campione di sangue.
«Gli studiosi poterono quindi analizzare campioni di sangue di persone che anni dopo sarebbero diventate obese.
Ne risultò che - prima di ingrassare - queste avevano un livello particolarmente basso di leptina.
La soluzione a quel punto era chiara! La mancanza di leptina è legata all'obesità anche se un eccesso di leptina da solo non fa dimagrire».

Il racconto continua

Ultima modifica: novembre 1998

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