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Perché ci interessa?
"Attenzione, però, a non cadere in un tranello" avverte Morelli "la scienza orientale non pone la mente al di sopra del corpo.
Altrimenti non farebbe che compiere l'errore opposto.
La base delle culture orientali è la continuità, l'omogeneità fra mente e corpo, fra corpo e natura".
Perché tutto questo oggi ci interessa? "Perché l'approccio meccanicistico-riduzionista che pure ha guidato lo sviluppo delle scienze fino al Novecento" riassume Mondella "ha esaurito in buona parte la sua funzione.
Ritenere primario tutto ciò che è semplice è sicuramente un modo 'comodo' per studiare una realtà. Una volta questa 'riduzione' poteva essere necessaria: lo scienziato lottava a mani nude contro la complessità.
Ma oggi esiste la possibilità di pensare in maniera diversa, di tener conto contemporaneamente di molti aspetti.
È quello che chiamiamo approccio 'olistico', complessivo o 'sistemico'" nota Mondella, che è laureato in Medicina.
Lo sviluppo della psicologia e della psichiatria porta il riduzionismo al paradosso di una mente che è insieme soggetto e oggetto, di un cervello che si finge 'cosa' proprio mentre, in quanto 'psiche', studia se stesso.
"Nel caso delle scienze mediche l'evoluzione è lampante: la medicina, dopotutto, ha costruito il suo prestigio sulla capacità di curare le patologie acute".
Nella patologia acuta è possibile pensare al paziente come a una macchina che si è guastata e che, attraverso un'altra macchina (un farmaco, un intervento chirurgico), viene riparata.
"Là dove si affronta una patologia acuta, la collaborazione del paziente non è necessaria. Nel paziente il medico vede solo l'organo da riparare".
Tutto ciò va benissimo: milioni, miliardi di vite sono state e saranno salvate o nettamente migliorate da questo tipo di approccio.
"Anche se molti studi sono in corso per capire in quale misura elementi 'rituali' e relativi al mondo della comunicazione abbiano collaborato alle guarigioni" precisa Mondella.
Un paziente che ritrova il dominio di se
"Il problema è che oggi la medicina si confronta sempre di più con patologie croniche: il diabete, l'epatite, l'ipertensione..." continua il filosofo della scienza "situazioni in cui medico e paziente si muovono in uno spazio nuovo, come personaggi di una recita che deve essere ancora scritta: il medico deve imparare un ruolo di consigliere, di promotore e il paziente deve assumere un ruolo attivo, responsabile".
Per rendere efficace la terapia c'è insomma bisogno che il paziente riprenda la guida dei propri processi, "ritrovi il dominio di sé", chiarisce Mondella, il quale sottolinea da una parte la crescita culturale dei pazienti e le possibilità offerte dalla tecnologia. "L'ostacolo è soprattutto ideologico" nota il docente.
L'autocontrollo mediato da tecnologie avanzate quali il diabetico effettua misurando i propri processi è quindi un fenomeno tutt'altro che banale: è la sintesi di un nuovo rapporto fra l'impostazione occidentale e quella orientale.
Una sintesi nel corso della quale la responsabilità della malattia torna - in parte - al paziente, con vantaggi psicologici ed economici.
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Ultima modifica: novembre 1998
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