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Parla Guido Pozza: i successi nella terapia del diabete

Guido Pozza, uno dei padri della diabetologia italiana, delinea i passi avanti compiuti dalla ricerca sul diabete negli ultimi anni, valutando da un lato gli aspetti medici, dall'altro la qualità della vita del paziente diabetico.

"In grande sintesi possiamo dire che i diabetici oggi vivono molto meglio, molto più a lungo e incontrano difficoltà nettamente minori rispetto a quindici o a venti anni fa".
Sovrintendente scientifico del San Raffaele di Milano, il professor Guido Pozza è l'osservatore più qualificato per fare il punto di decenni di ricerca in diabetologia.
"Prima di tutto il diabete è diventato una patologia gestibile.
I diabetici di tipo 1 possono finalmente vivere una vita normale ed è provato da lunghi studi che, osservando un buon controllo glicemico, si possono ridurre drasticamente, anzi, vorrei dire si possono evitare le gravi complicanze della malattia".

Il diabetico? Oggi è un soggetto attivo
La ricerca che punta a migliorare la qualità della vita dei pazienti "ha dato finora grandissimi risultati", nota Guido Pozza.
Generazioni di prodotti sempre migliori permettono di soddisfare le esigenze 'mediche' in senso stretto: una valutazione affidabile della glicemia e della glicosuria, una assunzione corretta dell'insulina, con le esigenze psicologiche del paziente.
"Non è solo questione di comfort. Oggi sappiamo che - seguendo certe regole - il diabetico minimizza i rischi di aggravamento e di complicanze.
Ma nella vita reale non è tanto semplice seguire queste regole, o meglio non lo sarebbe se non fossero stati messi a disposizione dei pazienti sistemi di misurazione e di iniezione poco dolorosi - il dolore è una variabile importante nell'accettazione psicologica della terapia - facili da usare e, perché non dirlo, anche da nascondere", insomma, continua il direttore scientifico del San Raffaele, "il diabetico è 'soggetto attivo' e non 'oggetto' della terapia.
Nel diabete il rapporto fra medico, inteso in senso lato, e paziente è molto più equilibrato e paritario di quanto non accada in altre patologie croniche.
L'uomo è davvero al centro".

Insomma basta fare le proprie brave insuline...
...controllare la glicemia, adeguare le dosi di insulina alle esigenze di alimentazione e di sforzo fisico.
Insomma, basta un corretto autocontrollo per vivere bene e a lungo. Un discorso simile vale per i diabetici di tipo 2 sotto insulina o curati con ipoglicemizzanti orali.
Facendo attenzione alla dieta e facendo dell'attività fisica si possono prevenire sia la totale insulino-dipendenza sia le complicanze.

Tutto qui?
Sì, tutto qui.
Sembrano consigli dettati dal buon senso, ma sono suffragati da una impressionante mole di studi e test.
Una dieta che non ecceda nell'assunzione di zuccheri raffinati e che eviti quindi una iperglicemia importante migliora il funzionamento delle cellule beta, le 'macchine' che producono l'insulina. Queste infatti sono danneggiate dall'iperglicemia.
Mantenere un peso corretto invece evita fenomeni di insulino-resistenza; le situazioni in cui l'insulina prodotta diventa per così dire via via 'meno efficace'.
Fare movimento, oltre a smaltire grassi, migliora la sensibilità all'insulina.

Passiamo ora alla ricerca che mira a sconfiggere o prevenire il diabete.
Partiamo dai trapianti.

Proprio perché il diabete è diventato una patologia gestibile, la necessità di un trapianto di pancreas si sente solo in casi specifici.
Mi spiego.
Da sempre il nemico del trapianto è il 'rigetto', una reazione dell'organismo che aggredisce l'organo trapiantato.
Abbassando le difese immunitarie del paziente trapiantato con dei farmaci 'immunosoppressivi' come la ciclosporina, il rigetto è scongiurato.
Ma, avendo scarse difese immunitarie, il trapiantato corre dei rischi ogni volta che contrae un'infezione.
Sul lungo termine, poi, la terapia immunosoppressiva favorisce l'insorgere di tumori.
Insomma, per una patologia come il diabete non c'è rapporto fra i rischi del trapianto e il vantaggio che si otterrebbe.

Parlando di trapianti, la strada più interessante sembrava quella del trapianto delle isole di Langerhans.
Ma il rischio di rigetto è identico, la necessità di una terapia immunosoppressiva rimane con tutti gli svantaggi del caso.
In compenso c'è chi sta pensando di isolare fisicamente, con una capsula di materiale plastico, le cellule beta in modo da non metterle a contatto con le difese immunitarie; una terza strada consiste nel fabbricare cellule beta attraverso l'ingegneria genetica: in sostanza, prendere delle cellule normali e inserirvi il 'software' genetico che le rende produttrici di insulina.

Sembra fantascientifico!
Eppure è una realtà, lo facciamo anche noi qui al San Raffaele su animali e funziona. Le cellule 'modificate' prese da un tessuto qualsiasi dell'animale come cellule epatiche e fibroplasti vengono reinserite nel donatore e si mettono immediatamente a produrre insulina.
Il problema piuttosto è un altro: le cellule beta sono delle 'macchine' che producono insulina quando è necessario.
Hanno quindi sia una 'fabbrica' sia un sensore, che controlla la glicemia e dà l'ordine di produrre insulina in una certa quantità.
Noi siamo riusciti a insegnare alle cellule a produrre, ma non a controllare la secrezione di insulina.

Come si fa a 'prevenire' il diabete di tipo 1?
Sappiamo che esiste una suscettibilità genetica.
Sappiamo anche di più: fra i familiari, specialmente i fratelli di un diabetico di tipo 1 possiamo controllare il livello di certi anticorpi, anti-insulina, anti-isole, anti-gad e così via, e identificare quale dei fratelli corre un rischio maggiore.

E in tal caso, cosa si fa?
Si stanno studiando diverse soluzioni: per esempio, iniezioni di insulina per alleviare il lavoro delle isole e per indurre una tolleranza immunologica. Si è provato ad abbassare le difese immunitarie somministrando ciclosporine ai primi sintomi di diabete, ma l'effetto è durato solo finché è durata la terapia per scomparire con la sua sospensione.

l'intervista continua
Chi è Guido Pozza

Ultima modifica: novembre 1998

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