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Enzo Bonora, docente di endocrinologia dell’Università di
Verona
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Le pillole per il diabete
Quali sono, come funzionano e in quali situazioni sono consigliati secretagoghi, insulinosensibilizzanti e antiassorbenti:
i farmaci utilizzati nella terapia del diabete?
Attività fisica (basta una passeggiata in più per 30 minuti tutti i giorni) e dieta (senza soffrire la fame e senza essere monotoni)
erano, sono e resteranno i capisaldi nel trattamento del diabete.
"Nel diabete tipo 2 – non insulinodipendente – abitudini più sane bastano spesso a ottenere un soddisfacente controllo della glicemia
o la guarigione in molti pazienti in sovrappeso o francamente obesi", ricorda Enzo Bonora, docente di endocrinologia dell’Università
di Verona, "a volte, sia per la maggiore severità della malattia, sia perché il paziente non segue le raccomandazioni sullo stile di
vita, è indispensabile prescrivere farmaci che non devono però sostituire dieta e attività fisica".
Terapia su misura
I farmaci utilizzabili per la terapia del diabete di tipo 2 fanno parte di tre famiglie (per capire meglio il loro funzionamento
vedere box a pagina 14): i secretagoghi stimolano il pancreas a produrre più insulina; gli insulinosensibilizzanti aumentano la
capacità delle cellule dell’organismo (soprattutto nel fegato, nel muscolo e nel tessuto adiposo) di rispondere all’insulina
prodotta dal pancreas; gli antiassorbenti ritardano l’assorbimento da parte dell’intestino del glucosio contenuto nei cibi. "La
scelta della terapia dipende da molti fattori", afferma Bonora "il peso corporeo, lo stile di vita, la presenza di malattie
concomitanti e, soprattutto, la gravità dello squilibrio glicemico, la residua capacità del pancreas a produrre insulina e la
capacità di rispondere alla propria insulina".
L’identificazione del farmaco più appropriato al singolo paziente è un compito delicato che spetta a un medico esperto. "Non c’è
un antidiabetico orale ‘migliore’ degli altri", ricorda Bonora.
Quando le pillole sono tante
Un altro aspetto individuale della terapia è la presenza di malattie o condizioni concomitanti. "Capita infatti", spiega Alberto
De Micheli, Segretario nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi, "che lo stesso paziente si veda prescrivere diversi farmaci:
magari due ipoglicemizzanti orali associati – non necessariamente in una sola pillola – un antiaggregante piastrinico come
l’aspirina, un anti-ipertensivo come gli ACE inibitori, una statina contro l’ipercolesterolemia e così via".
Tante pillole da prendere a ore diverse della giornata: un onere non da poco per il paziente, ma i vantaggi sono notevoli: il
rischio di sviluppare un piede diabetico, un infarto, un’affezione della retina o un’insufficienza renale diminuiscono anche
del 70%.
Attenti all’ipo
Un evento indesiderato legato all’uso degli antidiabetici orali, è la comparsa di ipoglicemie. Paradossalmente, un paziente
curato perché ha ‘troppo glucosio’ nel sangue, rischia di averne in certi momenti ‘troppo poco’. Sono soprattutto i farmaci
che stimolano la secrezione insulinica a causare ipoglicemie, mentre i farmaci insulinosensibilizzanti e gli antiassorbenti
possono farlo solo se utilizzati insieme ai primi.
Le ipoglicemie sono pericolose perché il cervello soffre se gli viene a mancare il glucosio, suo unico ‘carburante’.
Occorre quindi che il paziente (e i suoi parenti o colleghi di lavoro) sappiano riconoscere i segni premonitori dell’ipoglicemia
(nervosismo, sudorazione, tremore, batticuore, fame imperiosa, confusione mentale, vista annebbiata) e sappiano come agire per
contrastarle tempestivamente (biscotti, cracker, frutta, se i disturbi sono lievi, caramelle o bevanda zuccherata, se sono più
marcati).
"Attenti, però", avverte De Micheli, "perché le ipoglicemie da farmaci possono durare a lungo e la glicemia dovrà essere
ricontrollata anche a distanza di tempo dopo aver provveduto a correggere il problema. Per questo la persona con il diabete
e curata con ipoglicemizzanti orali deve avere una specifica informazione sulla gestione delle ipoglicemie e sull’autocontrollo
della glicemia".
E l’insulina?
Nel diabete tipo 1 le iniezioni di insulina sono essenziali: nel diabete di tipo 2, le cellule che producono l’insulina sono
ancora presenti, pur se malfunzionanti. Ma l’insulina può essere necessaria. "Gli obiettivi glicemici sono molto ambiziosi.
Per prevenire le complicanze croniche del diabete si punta a mantenere e raggiungere livelli glicemici vicini a quelli del
paziente sano", ricorda Bonora, "questo significa che l’insulina viene prescritta ai pazienti con diabete tipo 2 più spesso
che in passato. Il ricorso all’insulina è necessario e definitivo quando gli antidiabetici orali sono controindicati o quando,
in genere dopo molti anni di malattia, la produzione di ormone dal pancreas diventa molto scarsa". In quest’ultimo caso,
l’insulina può essere usata in associazione agli antidiabetici orali o da sola.
Inoltre, il ricorso all’insulina può essere indispensabile ma transitorio all’esordio della malattia se la glicemia è molto alta
(>300-350 mg/dl) oppure in caso di malattia intercorrente o intervento chirurgico maggiore, quando gli antidiabetici orali sono
meno efficaci o controindicati. In queste situazioni è possibile utilizzare per qualche giorno, settimana o mese la terapia
insulinica e poi fare ritorno alla terapia con antidiabetici orali.
Vuoi leggere il seguito dell'articolo: Quando il farmaco entra nella terapia?
Vuoi sapere come funzionano i farmaci orali per il diabete?
Ultima modifica: febbraio 2003
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