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COMPLICANZE

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Non è mai troppo tardi

Dopo anni e anni di glicemie alte è possibile riscontrare i primi segni di qualche ‘complicanza’. Per fortuna la medicina è ricca di armi per contrastarne l’evoluzione, fermandole o rallentandole.

Quando accade è uno choc. «Qualcuno solo in quel momento si accorge di avere ‘davvero’ il diabete», afferma Alessandro Sergi, del Servizio di Diabetologia dell’Ospedale di Prato. Magari da anni gli esami erano tutti positivi. Poi uno dei tanti test effettuati periodicamente rileva qualche segno iniziale di ‘complicanza’. Come è noto il diabete di tipo 2, non è in sé pericoloso: il problema viene appunto dalle conseguenze che anni e anni di iperglicemia possono avere sull’organismo.

Chiamate ‘complicanze’, queste conseguenze sono di due tipi: quelle specifiche del diabete, e cioè retinopatia, nefropatia e neuropatia diabetica, e quelle comuni al diabete e ad altre condizioni: infarto, ictus, problemi di circolazione.

Quando una complicanza fa capolino, le reazioni possono essere le più diverse; qualcuno inizia a prendere per la prima volta sul serio il problema diabete, qualcun altro si lascia prendere dallo sconforto, altri ancora dopo un primo momento di angoscia smettono di preoccuparsi. «Molto dipende dal tipo di complicanza», afferma Domenico Cucinotta, docente di Medicina interna all’Università di Messina; «la paura di perdere la vista è molto superiore a quella che può creare la prospettiva di un danno renale per esempio».

Cosa può rispondere un diabetologo a chi mostra i primi segni di una delle famose complicanze specifiche (o microvascolari) del diabete? «Per fortuna possiamo essere molto chiari con questi pazienti», risponde Cucinotta che dirige l’Unità operativa di malattie metaboliche del Policlinico universitario di Messina, «visto che nel diabete di tipo 2 le complicanze fanno seguito generalmente a un cattivo equilibrio glicemico, possiamo dire che riducendo il peso, migliorando la dieta e facendo esercizio fisico in modo da ristabilire l’equilibrio glicemico, si può arrestare la progressione della complicanza, nella stragrande maggioranza dei casi. L’effetto di questo cambiamento di abitudini può essere amplificato, ma non sostituito, da specifiche terapie farmacologiche o da interventi».

Non è mai troppo tardi insomma, «anzi spesso il primo segno di una complicanza è il momento di svolta nel rapporto di una persona con il suo diabete», afferma Alessandro Sergi, «il diabete è una malattia difficile da ‘toccare con mano’, la complicanza aggiunge un che di ‘reale’ alla situazione».

Fa parte di questa realtà anche la constatazione di un miglioramento: «Quando il paziente vede che un segno di complicanza cessa di aumentare o anzi regredisce a seguito di un cambiamento delle abitudini e magari di una terapia farmacologica... beh, questo è un dato concreto che rafforza la motivazione all’autocontrollo e alla cura», nota Paolo Fumelli, che dirige l’Unità Operativa di Diabetologia e Malattie metaboliche dell’Istituto nazionale di ricovero e cura per gli anziani (Inrca) di Ancona.

«In questo senso», interviene Cucinotta, direttore della Scuola di specializzazione in Endocrinologia dell’ateneo messinese, «un sintomo, poi regredito o fermato, di complicanza ‘micro’ può essere perfino positivo in quanto aiuta il paziente e la sua famiglia a prendere sul serio il problema diabete e in particolare la sua dimensione principale che è l’aumentato rischio cardiovascolare».

Occhio: Vuoi sapere come è possibile gestire una retinopatia diabetica?
Rene: Vuoi sapere come è possibile gestire una nefropatria diabetica?
Piede: Vuoi sapere come è possibile gestire il piede diabetico?

Ultima modifica: giugno 2003

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