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Bob Anderson psicologo, docente all’università del Michigan è co-autore di The Art of Empowerment. Il suo concetto di ‘empowerment’ propone una relazione nuova fra medico e paziente.
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Medico e paziente: si gioca a carte scoperte
Lo psicologo americano Bob Anderson ha coniato il termine ‘empowerment’. Nella sua visione, il paziente è il protagonista dell’autocontrollo, mentre medici, dietisti e infermieri possono fornire informazioni, dare consigli e rafforzare la motivazioni. Funziona? Modus lo ha intervistato.
Già il nome è inadeguato: la parola ‘paziente’ dà l’idea di un soggetto passivo, che subisce (patisce) la malattia e le cure. Niente di più lontano dalla realtà del diabete, una condizione nella quale il ‘paziente’ ha tutto il ‘potere’.
Chi ha il diabete riceve dai medici le informazioni necessarie, decide quali cambiamenti apportare alle sue abitudini, possiede perfino lo strumento necessario per valutare la sua condizione in quel momento (i lettori della glicemia) o nelle ore precedenti (le strisce per glicosuria e chetonuria).
«Di fronte al diabete e alle altre malattie croniche, condizioni che accompagnano per tutta la vita il paziente, il modello classico della medicina è inadeguato», spiega Bob Anderson psicologo, direttore del Behavioral, clinical and health systems (Bchs) intervention research core del Michigan Diabetes Research and Training Center.
Una nuova divisione di ruoli fra medico e paziente
Anderson, che è docente presso il dipartimento di Formazione Medica dell’Università del Michigan, è il punto di riferimento, se non l’inventore, di un concetto molto seguito negli Stati Uniti, quello di ‘empowerment’, che presuppone una rivoluzione nella classica divisione di ruoli fra medico e paziente.
In estrema sintesi l’empowerment mette in primo piano la storia personale, il vissuto del paziente, l’insieme delle sue relazioni sociali, il suo ambiente presente e quello passato e lo considera un soggetto attivo.
Il ruolo del medico, e del diabetes educator (un esperto che nella struttura sanitaria americana aiuta il paziente a impostare e seguire la terapia) non è più quello di scrivere una ricetta, ma di accompagnare la persona con il diabete nella sua gestione della malattia. Il paragone più frequente è quello del coach, l’allenatore personale che può aiutare i campioni dello sport a trarre il meglio di se stessi, ma non può mettersi al loro posto.
Il rapporto classico tra medico e paziente è molto antico: perché dobbiamo cambiarlo proprio ora?
Perché tutti, medici e ‘pazienti’, troviamo difficoltà crescenti a trattare efficacemente le patologie più comuni, che oggi sono condizioni croniche in gran parte prevenibili come le malattie cardiovascolari, l’obesità e il diabete. Abbiamo ereditato l’attuale relazione medico/paziente, dall’Ottocento positivista e l’abbiamo modificata in peggio: La relazione è divenuta via via più impersonale, frammentata nelle innumerevoli competenze specialistiche e sub-specialistiche, standardizzata nei tempi e nei modi.
Cosa manca?
Manca l’empatia, la capacità di creare un rapporto personale fra medico e paziente che influisce sempre in modo negativo; ma se nelle patologie acute questo effetto sfavorevole è trascurabile dal punto di vista pratico, elle patologie croniche come il diabete, la mancanza di empatia si traduce in una forte divaricazione tra la cura prescritta e la cura messa in pratica, compromettendo in modo sostanziale il percorso terapeutico.
Ma questa ‘empatia’ non rischia di compromettere le facoltà di giudizio del medico?
E’ importante conoscere bene la storia del paziente. Fino agli anni ’50 il paziente veniva osservato, toccato, auscultato con impegno e attenzione, e solo dopo un esame accurato e completo venivano richiesti degli approfondimenti strumentali o di laboratorio. Oggi accade il contrario. Non si fa neanche in tempo a entrare in uno studio medico che subito si viene mandati a fare degli esami.
Le macchine in compenso sono più oggettive...
Lei crede? Le macchine non aumentano il tasso di oggettività di un dato, per il semplice motivo che dietro di loro ci sono tante soggettività diverse, dai costruttori ai tecnici a coloro che devono interpretare il dato strumentale. Possono essere più sensibili e più specifiche, ma niente può essere più oggettivo dei nostri sensi. In ogni caso, anche qualora lo fossero, la ‘visita’ classica termina con la diagnosi e la terapia, che è un’operazione in parte soggettiva.
Facciamo un esempio parlando di diabete...
Il diabete non è una malattia difficile da diagnosticare. Anche decidere la terapia non è così complesso. La parte veramente difficile del lavoro, sia per il medico che per il paziente, comincia dopo: disegnare una proposta, un percorso terapeutico che quella persona può mettere in pratica. Non posso prescrivere una dieta, per esempio, ignorando che in tutte le culture il cibo è molto di più che una semplice fonte di calorie. Se chiedo di fare attività fisica a un paziente, non posso ignorare che ad alcuni piace correre e ad altri no, che alcuni addirittura hanno paura di correre, altri si sentono a disagio quando sudano. Tutto questo può apparire banale, ma in una buona parte dei casi non ci si pensa neppure.
Il medico deve essere un buon ascoltatore
I medici si lamentano di non essere ascoltati dai pazienti.
Ma se il medico vuole essere ascoltato, deve prima diventare un buon ascoltatore. Per fare questo non basta essere attenti e ricettivi, è indispensabile creare una forte relazione di fiducia con il paziente.
Dove inseriamo l’empowerment in tutto questo?
L’empowerment vero e proprio non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma un processo, uno stile, da perfezionare e adattare ai mutamenti della vita.
Empowerment letteralmente significa ‘potenziamento’. Cosa si vuole potenziare, valorizzare?
Il paziente. Deve essere consapevole del fatto che la cura della sua malattia è, in buona parte, nelle sue stesse mani. Il paziente, più del medico, conosce la sua vita, le sue abitudini e la particolare forma che la malattia assume nel suo caso specifico. È insomma il massimo esperto del ‘suo’ diabete.
Chi deve impostare l’empowerment?
Tutti quelli che danno un contributo terapeutico. Lo fanno soprattutto delle figure sanitarie particolari, i diabetes educator. Si tratta di un titolo professionale a cui si accede dopo un percorso formativo di due o tre anni. In genere si tratta di infermieri o dietisti, ma anche medici, farmacisti, psicologi. Sono una particolare categoria di formatori: non devono formare operatori sanitari ma pazienti, o se volete, devono aiutare i pazienti a trasformarsi in operatori sanitari di se stessi.
Facciamo un altro esempio pratico.
I pazienti con il diabete di tipo 2 sono spesso in sovrappeso o obesi. Se siamo grassi è perché mangiamo troppo, facciamo poca attività fisica, o tutte e due le cose insieme. Ora, essere grassi in genere non ci rende felici, e ci sentiamo in colpa se non riusciamo a dimagrire. Non possiamo cercare di sciogliere in parte il senso di colpa e la depressione legati all’obesità e poi costruire insieme un percorso terapeutico? Chiediamoci: qual è il problema? Come lo vivo? Cosa voglio realmente? Cosa sono disposto a fare? E in che modo? Le risposte da dare a queste domande vanno cercate insieme, paziente e terapeuta, considerando inevitabilmente la possibilità di errore, che non è un insuccesso, ma uno spunto per riorientare il percorso, proprio come in un esperimento scientifico.
L’empowerment funziona sempre?
Ovviamente no. Posso solo dire che funziona meglio di quello che facevamo prima. Il tempo è quello che ci manca di più. Dobbiamo sapere molto di più sui nostri pazienti, sull’ambiente e sul modo in cui vivono. L’ideale sarebbe non stare chiusi nel proprio studio ma andare dal paziente e conoscere tutto del suo ambiente, come un bravo reporter.
Vuoi leggere l’opinione di un diabetologo italiano sul concetto di empowerment?
Vuoi leggere l’opinione di una infermiera italiana attiva nell’educazione della persona con il diabete?
Vuoi leggere l’editoriale di questo numero di Modus, centrato sulla relazione fra medico e paziente?
Ultima modifica: giugno 2003
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