
Laura Tonutti, diabetologa dell’Unità Operativa Diabetologia e Malattie Metaboliche dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine.
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Medico e paziente crescono insieme
Come è stato recepito l’empowerment dalla diabetologia italiana? Parla Laura Tonutti, diabetologa attenta alla relazione fra medico e paziente.
C’è qualcosa nella parola ‘empowerment’ che non soddisfa completamente Laura Tonutti, diabetologa dell’Unità Operativa Diabetologia e Malattie Metaboliche dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine. «Non bisogna pensare a una delega, quasi che il medico ‘concedesse’ al paziente parte del suo potere», spiega Laura Tonutti, che ha al suo attivo numerose pubblicazioni anche divulgative.
«Il ‘potere’ è tutto in mano al paziente. Solo lui può mettere in atto le mille attenzioni che il diabete richiede». Il 'potere' in questione è la possibilità di scegliere della propria salute «fin nelle piccole decisioni di ogni giorno, in modo consapevole e quindi responsabile. Certo questo richiede al paziente una accurata conoscenza della malattia e della sua gestione, una conoscenza che va inserita in una consapevolezza dei bisogni, delle risorse, dei valori e delle aspettative».
Eppure la filosofia dell’empowerment e il suo equivalente europeo, l’educazione terapeutica, sono considerate delle grandi novità. Dove sta la differenza?
La differenza è che ‘prima’ questo fatto veniva taciuto. Il medico ‘faceva finta’ che bastasse prescrivere delle nuove abitudini: una dieta, l’esercizio fisico o altro e il paziente ‘faceva finta’ di accettare la prescrizione. Ringraziava, usciva, andava a casa e se metteva in pratica i consigli, lo faceva a modo suo o li ignorava.
Mentre ora...
Mentre ora si gioca a carte scoperte. Io, medico, ammetto che il paziente è libero di vivere la sua vita come vuole e che il mio ruolo può essere solo quello di dare dei consigli. Il paziente da parte sua acquisisce la consapevolezza del problema-diabete e degli strumenti che ha a disposizione per tenerlo sotto controllo. A partire da questo momento l’empowerment è un processo di maturazione che coinvolge medico e paziente.
Perché anche il medico?
Perché noi medici siamo stati formati con un’altra filosofia. Ci hanno insegnato a considerare il paziente come soggetto ‘passivo’, portatore di certi sintomi o parametri biologici, mentre il medico è il protagonista. Una volta in ospedale i pazienti venivano indicati con il numero del letto! Questo modello, con qualche aggiornamento, è ancora valido per le patologie acute, ma oggi la medicina si misura soprattutto con quelle croniche.
Per un medico è difficile accettare di non essere protagonista?
In parte sì. Sente messa in discussione la sua identità professionale. D’altronde non c’è scelta. Chi pensa che il medico debba solo fare una diagnosi corretta e prescrivere una terapia ‘ideale’ non ottiene molti risultati in diabetologia. Deve mettere in primo piano la persona del paziente, ascoltare, andare oltre il ‘numero’ e chiedersi perché. Non basta vedere una glicemia alta dopo i pasti: occorre capire perché quel paziente continua a mangiare molto. Che significato danno lui e la sua famiglia a questa sovralimentazione.
E per il paziente è facile accettare queste nuove ‘regole del gioco’?
Nemmeno per lui è facile. Il paziente si aspetta di ricevere una prescrizione, vorrebbe giocare un ruolo apparentemente passivo. In fondo spesso preferisce una situazione nella quale mantiene tutta la sua libertà senza avere la responsabilità del problema. Invece ora gli si chiede di accettare, insieme al potere di vivere la vita come vuole, anche la responsabilità di quello che fa. Vede: l’empowerment è un processo di maturazione a due: cresce il medico e cresce anche il paziente.
Come si fa a crescere insieme con visite che durano 10-15 minuti?
Quando si cura una malattia cronica medico e paziente hanno una grande risorsa: hanno davanti anni di tempo, invecchiano insieme. Se si crea una relazione positiva, 15 minuti una, due o tre volte all’anno possono bastare. Il medico e il paziente devono però avere la possibilità di prolungare il colloquio se è necessario.
Qual è la cosa più difficile per un medico che accetta questo nuovo approccio?
In primo luogo... tacere. Resistere alla tentazione di sanzionare un comportamento che sappiamo essere sbagliato. Superare il riflesso condizionato per il quale un professionista è colui che parla e fornisce le soluzioni. Per le altre persone che fanno parte del team, infermieri e dietiste, sembra invece essere culturalmente più facile accettare la filosofia dell’empowerment.
E per il paziente?
Per il paziente sicuramente è difficile cambiare le proprie abitudini, specialmente a causa di una malattia che non dà sintomi e che spesso – per fortuna – alla diagnosi non pone nemmeno indizi di complicanze. Ancora prima, però, credo che il suo problema sia un altro: capire ‘cosa è’ lui stesso. In passato la distinzione fra essere una persona ‘malata’ e una ‘sana’ era più chiara. Oggi i progressi della diagnostica, la prevenzione e l’aumento delle patologie croniche fanno sì che milioni di persone, pur non avendo i disturbi di una malattia, debbano prendere a cuore la loro salute e curarsi, anche con i farmaci.
L’empowerment e l’educazione terapeutica sono applicabili anche ad altre condizioni?
Sicuramente sì, e non da oggi. Già dieci anni fa ricordo un convegno nel quale specialisti di moltissime patologie croniche parlavano dei nuovi approcci al dialogo con il paziente. Se devo fare riferimento alla nostra esperienza a Udine penso alle persone obese e a quelle con disturbi del comportamento alimentare.
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Ultima modifica: giugno 2003
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