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Perché resistere all’insulinoresistenza

In questa seconda parte dell’intervista, il professor Stefano Del Prato approfondisce gli aspetti che più stanno a cuore al paziente: perché e come curare l’insulinoresistenza e, soprattutto, quando e perché controllare la glicemia.

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Smettiamo i panni del ricercatore, professor Del Prato, e mettiamoci in quelli del paziente. Perché è importante conoscere meglio e soprattutto curare l’insulinoresistenza?
Tanto più comprendiamo la natura della insulinoresistenza e gli effetti delle terapie disponibili, tanto meglio riusciamo a prendere di mira i meccanismi che portano alla malattia cardiovascolare nel soggetto, diabetico e non, che abbia una ridotta sensibilità all’insulina. Abbiamo dei farmaci, nel prossimo futuro ne vedremo altri, probabilmente più efficaci e più sicuri. Ma la lezione dell’importanza del miglioramento della insulinoresistenza deriva dall’incredibile efficacia che svolgono i cambiamenti di stile di vita.

Basta cambiare abitudini per debellare l’insulinoresistenza?
Sì: in parte l’insulinoresistenza è connaturata all’organismo, ma può essere ridotta se non azzerata con l’esercizio fisico, il controllo del peso corporeo, la riduzione dei grassi saturi, l’astensione dal fumo: una vita sana, fatta di abitudini corrette e di un’alimentazione gustosa ma salubre come solo la vera dieta mediterranea sa essere. Infine, vengono i farmaci…

E a chi non ha l’insulinoresistenza né il diabete cosa consiglierebbe di fare?
Prima di tutto gli chiederei: "Come fa a sapere che non ha nulla?". C’è in giro per l’Italia almeno un milione di persone che hanno un rialzo della glicemia alta e non lo sanno. Un numero ancora maggiore soffre di insulinoresistenza. Si finisce per accorgersene tardi o troppo tardi. Lo sa che il 30% delle persone che arrivano all’ospedale con un infarto ha il diabete senza esserne a conoscenza?

Se fossero stati diagnosticati non avrebbero avuto un infarto?
Se lei ha un’auto e scopre che i freni sono logori e prontamente li ripara, può escludere che avrà mai un incidente? Ciononostante noi facciamo regolari tagliandi alle nostre auto per ridurre il rischio che un danno meccanico si manifesti e sia causa di un incidente. Perché questo principio non dovrebbe valere per la macchina più preziosa che abbiamo, il nostro corpo? Quindi il messaggio è semplice: il diabete, anzi siamo più precisi, l’iperglicemia è una condizione che va ricercata e se riscontrata, trattata.

Chi deve controllare la glicemia?
Sopra i 40 anni, tutti. Particolarmente a rischio sono le persone in sovrappeso. Anche solo chi ha un po’ di pancetta, anzi proprio questa è pericolosa; i parenti di primo grado di una persona con diabete; tutti coloro che hanno trigliceridi o colesterolo elevati, oppure bassi livelli di colesterolo HDL, i soggetti con ipertensione arteriosa, le donne che hanno avuto iperglicemia durante la gravidanza oppure che hanno partorito neonati di oltre 4 chili.

E cosa si potrebbe scoprire controllando la glicemia?
Un diabete franco, cioè una glicemia a digiuno superiore ai 125 mg/dl o una alterata glicemia a digiuno cioè livelli inferiori a 125 ma superiori a 110 mg/dl. In casi dubbi possiamo poi sottoporre il paziente a un carico orale di glucosio per verificarne la tolleranza. In tutti questi soggetti dovremo cercare, se vi sono segni delle altre manifestazioni della sindrome metabolica: ipertensione, ipercolesterolemia etc.

Ma se il diabete è solo un elemento di una sindrome metabolica assai più ampia, il diabetologo resta la figura che meglio può seguire il paziente?
Non vi è dubbio che il diabetologo sia la persona più adatta per gestire gli aspetti della sindrome metabolica. Infatti, il diabetologo è innanzitutto uno specialista delle malattie del metabolismo e poi, proprio per la natura delle complicanze del diabete, ha imparato a vedere il trattamento dell’iperglicemia come una parte del tutto, affiancando a questa una preziosa opera di valutazione, vigilanza e terapia di tutte le condizioni che concorrono alla sindrome metabolica. Nello stesso tempo, è il diabetologo che fa da perno terapeutico, perché è il diabetologo che, conscio della centralità dell’insulinoresistenza e delle sue implicazioni sui singoli componenti della sindrome, ricerca mezzi capaci di agire su questo fondamentale parametro.

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Ultima modifica: settembre 2003

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