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Giovanni Annuzzi, ricercatore presso il Dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell’Università Federico II di Napoli.
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Esercizio fisico, la migliore medicina
Pur essendo la ‘medicina perfetta’, l’attività fisica è prescritta male ed eseguita ancora peggio. La colpa? Un po’ di tutti: medici, pazienti e società. Ma è il momento di voltare pagina.
Proviamo a sognare e immaginiamo di disegnare la ‘medicina perfetta’ per il diabete. Ovviamente non avrà effetti collaterali, aiuterà ad abbassare la glicemia, sia a digiuno, sia dopo pranzo, ma soprattutto avrà una azione decisa contro tutte quelle condizioni che si accompagnano di frequente al diabete di tipo 2 e sono altrettanto pericolose.
Quindi abbasserà la pressione arteriosa, ridurrà i trigliceridi e il colesterolo totale, aumentando la percentuale di quello ‘buono’. Già che ci siamo, tanto sognare non costa nulla, possiamo immaginare che questa medicina ci permetterà di prevenire il diabete o di arrestarne l’evoluzione, aiutandoci a perdere peso, a recuperare tono muscolare, elasticità delle arterie e capacità respiratoria. Ovviamente potremo assumerne le dosi che vogliamo, senza rispettare orari o imposizioni: più se ne ‘prende’, meglio si sta.
«Ebbene questa medicina ‘da sogno’ esiste già ed è liberamente disponibile, da sempre: si chiama esercizio fisico», afferma Felice Strollo responsabile del Servizio di Endocrinologia dell’Inrca di Roma; «studi compiuti su ampi campioni di popolazione sia generale, sia diabetica ci permettono di confermare oltre ogni dubbio l’enorme ruolo dell’esercizio fisico nella prevenzione del diabete e nella riduzione del rischio cardiovascolare», sottolinea Giovanni Annuzzi ricercatore presso il Dipartimento di Medicina clinica e sperimentale dell’Università Federico II di Napoli.

Felice Strollo, responsabile del Servizio di Endocrinologia dell’Inrca di Roma.
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Muoversi per prevenire il diabete
Del resto a ben pensarci è intuitivo. «Come ogni macchina il nostro corpo si deteriora stando fermo», continua Annuzzi, «il diabete, l’ipertensione, l’eccesso di grassi nel sangue... tutte queste condizioni sono effetto diretto o indiretto della sedentarietà, così come ovviamente il sovrappeso e l’obesità. Non siamo fatti per stare fermi».
«Gli effetti di questa ‘medicina perfetta’ che è l’esercizio sono tanto maggiori quanto prima si interviene», sostiene Gerardo Corigliano, responsabile del Centro diabetologico A.I.D. dell’ASL Na1 ma soprattutto fondatore e presidente dell’Associazione nazionale italiana atleti diabetici; «pensiamo a una persona in sovrappeso o obesa che mostra già una ridotta tolleranza glucidica. Quasi sicuramente diventerà diabetica. Se inizia a fare una attività fisica, anche moderata, ma costante, il rischio scende del 50-60%». Lo stesso vale per la prevenzione di tutti gli altri elementi della sindrome metabolica.
«L’esercizio fisico è un’arma terapeutica molto efficace che va alla radice del problema, anzi alla pancia del problema: il grasso viscerale, nemico numero uno del diabete», continua Annuzzi, internista e diabetologo presso il Servizio di diabetologia del Policlinico universitario di Napoli. Il grasso viscerale (la pancetta) è legato all’insulinoresistenza, e questa è la causa delle difficoltà nel metabolismo degli zuccheri, ma anche, in parte, dell’ipertensione e delle dislipidemie. A differenza della dieta ipocalorica, che riduce il contenuto di grasso in tutto il corpo, l’esercizio fisico diminuisce soprattutto il grasso viscerale.
«Anche per questo i chili persi grazie all’esercizio fisico si riprendono con più difficoltà rispetto a quelli persi con la sola dieta», ricorda Annuzzi.
Per quanto riguarda la glicemia, i dati sull’efficacia dell’attività fisica sono rilevanti. «In questo caso oltre a uno stile di vita più attivo nelle attività quotidiane, si è visto che è utile praticare una vera e propria terapia a base di esercizio fisico», commenta Annuzzi, «la quale permette a molte persone di lasciarsi alle spalle l’insulinoresistenza, e con essa l’iperglicemia e spesso anche una pressione un po’ alta».
Semplice ‘attivazione’ o vero ‘esercizio’?
A questo punto vale la pena di saperne un po’ di più su questa straordinaria medicina. La prima distinzione che va fatta è tra la semplice ‘attivazione’ e il vero ‘esercizio fisico’.
«Attivarsi vuol dire riscoprire il piacere di usare il proprio corpo», spiega Felice Strollo, presidente della Sezione Lazio della Associazione atleti diabetici e animatore di numerose iniziative sportive in campo diabetologico; «si tratta di un atteggiamento, di un modo di essere prima ancora che di una attività specifica».
«Attivarsi significa preferire le scale alle scale mobili, camminare quei cento metri in più, non prendere la macchina per andare dal tabaccaio, insomma, non cercare sempre e comunque la posizione più statica possibile. L’attivazione da sola può dare qualche risultato in termini di prevenzione del diabete, ma non basta a far regredire condizioni già esistenti. Questi risultati si possono raggiungere con l’esercizio vero e proprio».
«In ogni caso il primo passo è sempre riscoprire insieme al paziente il piacere di muoversi», insiste Strollo, «non dimentichiamo che le persone con il diabete sono tali anche perché sono particolarmente sedentarie, si sono scordate il piacere che deriva dall’attività fisica». In questa fase non importa molto quale attività fisica fare. Qualcuno passeggia, altri improvvisano una corsetta, altri nuotano o tirano quattro calci a un pallone per dieci minuti.
«L’esercizio fisico piace, inutile negarlo, ci si sente subito meglio. Una volta scoperta questa strada diventa come una droga ‘buona’».
Aerobico e anaerobico
A quel punto secondo Strollo, medico e paziente possono passare alla prescrizione vera e propria dell’esercizio fisico.
Come tutte le discipline anche questa ha due termini che devono essere imparati. Si distingue infatti fra esercizi ‘aerobici’ e ‘anaerobici’. L’esercizio aerobico (camminata, corsa, nuotata, biciclettata...) richiede fiato e capacità di mantenere nel tempo un moderato sforzo. L’esercizio anaerobico sviluppa, invece, la forza muscolare con prestazioni brevi, anche di pochi secondi e ripetute (karate, sollevamento pesi, ginnastica). Un esercizio può iniziare come aerobico e finire come anaerobico. Capita per esempio a chi inizia una corsa allegramente e si ritrova col fiatone. Ai primi segni di fiatone occorre smettere. A quel punto infatti l’esercizio diviene solo fatica e stress. L’esercizio aerobico deve essere continuativo, il che non significa spossante: possono essere venti minuti di camminata a passo veloce o di corsa o in bicicletta. E non succede nulla di male se questo esercizio si divide in due ‘tempi’ da dieci minuti ciascuno. «L’essenziale è la continuità. L’esercizio fatto una volta ogni 10 o 15 giorni non serve a molto», commenta Gerardo Corigliano; «una buona media è tre volte alla settimana». Più attività fisica si fa, meglio è. Gli studi sono concordi anche su questo. Chi fa due ore di camminata a passo veloce ogni settimana rischia meno infarti e ictus, chi ne fa quattro rischia ancora meno.
Come prescrivere l’esercizio fisico.
L’esercizio fisico è di gran lunga la parte più ignorata di ogni prescrizione diabetologica. «Sappiamo benissimo di parlare a una popolazione poco ricettiva, e sappiamo anche che molti hanno già alle spalle qualche infelice esperienza», nota il presidente dell’ANIAD. «Magari molti anni prima hanno provato a fare qualche ora di palestra e si sono ritrovati con dolori muscolari, o con i piedi rovinati dopo una corsa o senza fiato dopo un quarto d’ora di calcio». La risposta del medico, secondo Corigliano, deve essere puntuale e professionale. «Prima di prescrivere l’esercizio fisico il Team diabetologico deve avere tutte le informazioni necessarie, raccogliere una documentazione sulla forma fisica del paziente, prescrivere esami ortopedici e valutare il reale stato di salute, in particolare per quel che riguarda il piede diabetico. Sappiamo che la causa più frequente degli abbandoni sono fastidi muscolari e patologie ossee o artropatiche». È anche importante prescrivere esercizi specifici e vigilare affinché il paziente li esegua correttamente. Spesso basta una postura sbagliata, anche solo l’angolazione dell’allaccio del pedale di una cyclette, a rendere doloroso e controproducente l’esercizio fisico.
«Dobbiamo prendere sul serio il paziente che risponde: “Lo sport non fa per me”, ma anche essere in grado, dati alla mano, di smontare una dopo l’altra tutte le sue argomentazioni tenendo presente due capisaldi», continua Corigliano: «primo, non esistono età o condizione fisica per le quali non sia appropriato un determinato livello di esercizio fisico. Secondo, non esistono età o condizione fisica nelle quali l’esercizio fisico non abbia effetti positivi chiari e immediati».
Cartina alla mano
La seconda serie di obiezioni è di natura ‘tecnica’. “Dottore, come faccio? io non ho il tempo per...”. A quel punto, secondo Corigliano, il medico deve armarsi di pazienza ed entrare nel merito della giornata tipo feriale e festiva del suo paziente e perfino degli itinerari che questi compie.
«Io ho la fortuna di conoscere molto bene la città dove vivono i miei pazienti e tengo sempre nel mio studio una cartina stradale di Napoli. La apro e insieme al paziente studiamo delle modifiche ai suoi itinerari base: scendere a una fermata prima, prendere una strada che magari attraversa un parco o una zona piacevole. Conosco e segnalo al paziente palestre, percorsi vita, campi sportivi comodi per lui... ». Un lavoro faticoso, «ma del resto non facciamo così quando valutiamo gli schemi insulinici dei pazienti?», si chiede Corigliano; «perché non fare altrettanto quando si prescrive un ‘farmaco’ non meno importante, anzi, più importante come l’esercizio fisico?». Una volta impostata una attività fisica ‘spontanea’ la prescrizione diventa via via più specifica e precisa.
Nel Servizio di diabetologia che dirige presso la ASL Napoli 1, Corigliano ha fatto stampare ‘ricettari fitness’ che prevedono un modulo attraverso il quale definire determinate ‘dosi’ di attività fisica. «Occorre mettere a punto programmi strutturati a carichi crescenti, senza lasciare nulla al caso, prevedendo indicatori di risultato e verificando i progressi realizzati».
Diario ‘attivo’.
Dall’esperienza fatta con i farmaci, nasce anche la figura del ‘diario dell’esercizio fisico’ che può esser redatto appositamente o realizzato inserendo nel diario glicemico indicazioni sull’attività fisica svolta. «Diario alla mano, possiamo vedere insieme sia i problemi che la persona ha incontrato, sia i risultati raggiunti, per esempio correlando attività fisica e glicemie o pressione arteriosa», nota Strollo, docente alla Scuola di specializzazione in Medicina aeronautica e spaziale presso l’Università di Roma. In questa sede il medico può scambiare con il paziente esperienze personali, anche perché, conclude Strollo, «in ogni caso nessun medico riuscirà mai a convincere un paziente a praticare l’esercizio fisico se non lo ama lui stesso!».
Vuoi approfondire il tema con una intervista a Gerardo Corigliano su cosa bisognerebbe fare per rendere più popolare l’esercizio fisico per le persone anziane?
Ultima modifica: febbraio 2004
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