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Pierpaolo De Feo professore di Endocrinologia all’Università di Perugia.
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Lo sport allunga la vita
Per quali ragioni esattamente lo sport ‘fa bene’ alla persona con il diabete? E come rimuovere gli ostacoli e la mancanza di motivazione che si frappongono fra la persona con il diabete e una costante attività fisica? Parlano quattro medici.
L’attività fisica è collegata al miglioramento della qualità della vita, di qualsiasi persona. Si parla di qualità della vita e non solo di equilibrio glicemico o di salute perché, come nota Francesco Galeone, responsabile del Servizio di Diabetologia dell’Ospedale di Pescia (PT), «muoversi è principalmente piacere, non fatica». «L’esercizio fisico è molto di più che un modo per bruciare le calorie in eccesso» aggiunge Stefano Balducci, professore a contratto presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza di Roma; «il movimento o l’assenza di movimento modificano forma e struttura del corpo per tutta la durata della vita».

Francesco Galeone, responsabile del Servizio di diabetologia dell’Ospedale di Pescia (PT).
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Prevenire il diabete muovendosi
«Il diabete», nota Pierpaolo De Feo professore di Endocrinologia all’Università di Perugia, «è stato a lungo considerato un percorso di sola andata. Un processo che poteva essere rallentato ma non invertito o annullato. Oggi sappiamo che nella fase ‘di incubazione’ che dura spesso 10-20 anni, la ridotta tolleranza al glucosio può essere fermata, ridotta e perfino annullata semplicemente con un costante esercizio fisico. Quindi, non solo possiamo fare molto per non ammalarci, ma anche per tornare in salute o almeno per ritardare l’inizio della malattia».
Perché solo oggi si parla di queste cose? «Perché da poco tempo si valuta il ruolo fondamentale che altri organi o tessuti, come il fegato, il tessuto adiposo e quello muscolare, giocano nel diabete tipo 2» sostiene Balducci, uno dei fondatori insieme al professor Francesco Fallucca dell’Associazione Fitness Metabolica che si propone di far interagire l’universo della diabetologia con il mondo del fitness, creando nuove figure professionali (l’Operatore di Fitness Metabolico) e sedi dove poter praticare in sicurezza e con obiettivi precisi l’esercizio fisico. «Il diabete è tuttora presentato nei testi di medicina nel capitolo delle malattie del pancreas endocrino, ma è una visione alquanto riduttiva in quanto interessa anche e soprattutto i tessuti ‘periferici’: l’adipe, i muscoli e soprattutto il fegato».
Meglio il grasso del glucosio
Ai pazienti si insegna che l’insulina permette al glucosio di entrare nelle cellule fornendo loro l’energia necessaria per funzionare.
È vero, ma è vero anche che:
il glucosio è solo uno dei carburanti a disposizione dell’organismo;
le cellule dispongono di ‘trasportatori’, i Glut4, che utilizzano il glucosio senza bisogno di insulina. «Per questo nel diabete tipo 2», prosegue De Feo «l’attività fisica consente di ridurre sensibilmente i farmaci necessari, non solo quelli ipoglicemizzanti, ma anche quelli per abbassare colesterolo, trigliceridi e pressione arteriosa». È quanto è emerso da uno studio che abbiamo fatto su 179 soggetti con DM2 che si sono impegnati per 2 anni in un programma costante di attività fisica con risultati eccellenti. «La riduzione del consumo di farmaci è l’effetto più precoce in termini di economia sanitaria», conclude Francesco Galeone che è anche consigliere nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi, «ma forse più importanti sono i risultati a medio e lungo termine: riduzione dei costi sanitari, delle complicanze e netto miglioramento della qualità della vita».
«Invece di aumentare attraverso i farmaci l’insulina prodotta dal pancreas o iniettarla, si può ridurre il ‘bisogno di insulina’ dell’organismo, appunto con l’esercizio fisico», nota De Feo. «Questo approccio è anche straordinariamente efficiente dal punto di vista costi/risultati e costi/benefici».
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Ultima modifica: maggio 2004
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