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Sergio Di Pietro, dirigente medico nell’Unità Operativa di Diabetologia e Malattie metaboliche dell’I.R.C.C.S. Inrca di Roma.
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Togliere il medico di torno
In diabetologia gli esperimenti di telemedicina non mancano: le glicemie memorizzate e trasferite su PC possono essere inviate via mail al diabetologo. Ma internet può fare di più? Viceversa, cosa accade quando il medico è latitante mentre la domanda di cure è forte, come avviene negli ospizi?
L’Associazione Medici Diabetologi ha iniziato nel settembre 2003 un esperimento incaricando un Team di diabetologi di rispondere a turno alle domande inviate via internet da persone con il diabete (nella fattispecie i soci di Accu-Chek Friends).

Maria Antonietta Pellegrini diabetologa presso l’Ospedale Santa Maria della Misericordia Udine e Ospedale di Cividale.
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Difficile parlare a un paziente che non vedi
L’iniziativa, terminata nell’aprile 2004, ha disperso molti dei dubbi della vigilia. «Come società scientifica ci siamo mossi con cautela», ricorda Sergio Di Pietro, dirigente medico nell’Unità Operativa di Diabetologia e Malattie Metaboliche dell’I.R.C.C.S. Inrca di Roma che ha fatto parte di questo Team; «l’esperienza ha mostrato insieme le potenzialità e i limiti dell’esperimento. Il medico può rispondere scegliendo il momento in cui è più a suo agio, i dati sono facilmente trasferiti, le domande sono spesso ben poste, anche se necessariamente incomplete, e le risposte sono scritte e fruibili da tutti. Tuttavia», continua Di Pietro che fa parte della Scuola di Formazione Nazionale dell’AMD, «si sente la mancanza di quel flusso di informazioni che un medico di esperienza trae dall’aspetto del paziente, dal suo modo di parlare, dall’eventuale interazione con il familiare che lo accompagna». Il futuro? «Probabilmente l’e-mail o la chat diventeranno una modalità di contatto frequente tra il paziente e il suo Team, come oggi avviene già in parte; ma questo non dovrà andare a ridurre le occasioni di contatto, necessarie soprattutto per l’educazione e la formazione del paziente. Siamo in attesa di fare una sperimentazione più avanzata, magari con la videoconferenza, per poter effettuare altri confronti tra la metodologia classica e quella futura», conclude Di Pietro; «il computer mi piace ma l’empatia, così importante nel rapporto tra medico e paziente, non può mancare».
2001 odissea negli ospizi
La risposta più corretta a una domanda di assistenza non è sempre l’incontro personale e non coincide sempre con il ricorso alla figura più specializzata esistente. Cosa accade, per esempio, nelle case di riposo per anziani, comunità dove mediamente un ospite su sei ha il diabete, spesso insulinotrattato?
Come è comprensibile (non si tratta di ospedali o cliniche) in queste istituzioni la presenza dei medici è limitata. Sono generalmente i medici di medicina generale del luogo che si recano giornalmente in istituto per seguire i ‘loro’ pazienti. L’assistenza quotidiana è gestita da un responsabile infermieristico che guida un gruppo composto sia da infermieri professionali sia da personale avventizio. «In questi contesti il problema non è definire la terapia ma metterla in pratica, così come diagnosticare e gestire le presunte o reali emergenze metaboliche», afferma Maria Antonietta Pellegrini diabetologa presso l’Ospedale Santa Maria della Misericordia Udine e Ospedale di Cividale. Inutile auspicare che le Case di riposo offrano una assistenza medica interna.
Meglio in infermiere oggi che un medico dopodomani
«Molto meglio far crescere le risorse che ci sono e formare infermieri e responsabili dell’assistenza infermieristica – figura preziosa ma non sempre prevista – dando loro le informazioni necessarie per aiutare il paziente a seguire la terapia, e per identificare le situazioni di vero rischio», afferma la Pellegrini che insieme alla AMD del Friuli e del Veneto-Trentino ha promosso una serie di corsi residenziali per la formazione del personale infermieristico in materia di diabetologia chiamato ‘Progetto Vittorio Rotolo’.
La risposta è stata entusiasta, «il personale non medico è cosciente del problema ma è limitato da una parte dalla mancanza di informazioni sul diabete, dall’altra dal timore di prendere iniziative non autorizzate. Ne deriva il ricorso improprio ad ambulanze e pronto soccorso anche per far fronte a situazioni che avrebbero potuto essere diagnosticate e gestite dal personale infermieristico», afferma la Pellegrini che fa parte del direttivo della Scuola di Formazione AMD.
L’intervento, progettato come AMD del Friuli Venezia Giulia e del Veneto-Trentino Alto Adige e Scuola di Specializzazione in Geriatria di Udine, è consistito nel proporre una serie di corsi residenziali di due giorni e mezzo, intensivi e condotti sulla base dell’esperienza e del modello formativo elaborato dalla Scuola di Formazione dell’AMD.
«È assurdo non vedere nell’infermiere una persona in grado di dare delle soluzioni, soprattutto in un contesto come quello delle Case di cura, dove il personale ha occasione di sviluppare una competenza notevole sia nella gestione del paziente geriatrico in generale sia nelle condizioni dei suoi pazienti» conclude la Pellegrini; «iniziamo a vedere una nuova generazione di infermieri che dispongono di lauree brevi per conseguire le quali hanno seguito corsi di livello universitario. Esistono protocolli diagnostici e terapeutici che, se condivisi con il personale infermieristico, potrebbero rappresentare una delle possibili risposte alle esigenze sempre maggiori che l’invecchiamento della popolazione richiede».
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Ultima modifica: ottobre 2004
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