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CUORE

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Caccia alle calorie nascoste
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Quando il cuore chiede aiuto
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Un poco di pillole lo zucchero va giù
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Complicanze: ora tocca al fegato
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Angelo Avogaro docente di Endocrinologia e Malattie Metaboliche all’università di Padova.
Quando il cuore chiede aiuto

Il diabete, si sa, è un fattore di rischio per il cuore. Ma cosa succede quando il rischio si trasforma in un evento cardiovascolare? Se si interviene in tempo con terapie urgenti adeguate è possibile sopravvivere all’infarto. Ma occorre sottoporsi in tempo a questi interventi e poi prevenire un altro evento adottando un controllo metabolico meticoloso.

E' domenica mattina: è l’ora dell’aperitivo al bar in piazza. Entra Luigi il quale, come tutti sanno in paese, è reduce da un infarto. Il suo amico Enzo lo saluta con calore. Enzo ha un diabete mal controllato e - a differenza di Luigi - è gravemente sovrappeso. Ma nella sua voce c’è una nota di apprensione e quasi di compassione per il ‘povero Luigi’. In realtà Enzo e Luigi hanno le stesse probabilità di avere un infarto da qui a uno/cinque anni.
Questa situazione, inventata ma non improbabile, «è tipica di una percezione errata dell’opinione pubblica», afferma Angelo Avogaro, docente di endocrinologia e malattie metaboliche all’Università di Padova, «ci si preoccupa poco del diabete e molto dell’infarto. Eppure sotto il profilo del rischio le due condizioni sono equivalenti». Detto in altre parole, Enzo con il suo diabete e il suo sovrappeso ha le stesse probabilità del ‘povero Luigi’ di sviluppare in un dato periodo di tempo un evento cardiovascolare: una ischemia, un altro infarto o un ictus.
«Avere il diabete è, di per sé, un fattore di rischio assai importante, e purtroppo bastano mo-derate alterazioni della glicemia per innescare quel processo di ostruzione delle arterie che può portare all’ischemia, all’infarto o allo ‘stroke’, la mancata irrorazione di aree cerebrali», afferma Avogaro che coordina il Centro di Diabetologia della U.O.C di Malattie metaboliche del Policlinico universitario di Padova diretto dal Professor Antonio Tiengo.
Ogni sforzo deve essere compiuto quindi, e Modus non si stanca di sottolinearlo nei suoi articoli, per evitare di arrivare a una situazione di sofferenza cardiaca che può esprimersi attraverso l’ischemia, vale a dire la acuta e temporanea o parziale occlusione delle coronarie o l’infarto, cioè (vedere box) la morte di una parte più o meno estesa del tessuto cardiaco.

Quando il rischio si materializza.
Cosa accade se il rischio si trasforma in evento? Cosa può fare il paziente? Quali prospettive ha la persona con il diabete, e come gestire la fase seguente?
È necessario parlarne, anche perché negli ultimi anni il progresso della medicina ha cambiato i termini del problema, aumentando la responsabilità del paziente anche in questa fase della malattia. Claudio Cuccia, responsabile dell’Unità di Terapia Intensiva Cardiologica degli Spedali Civili di Brescia e membro dell’area Emergenza-urgenza dell’Associazione nazionale cardiologi ospedalieri, lo spiega con il linguaggio dei numeri.
«Si stima che in Italia avvengano ogni anno 120 mila infarti (uno ogni 4 minuti). Purtroppo però, solo 60 mila pazienti arrivano in un Ospedale e solo 30 mila ricevono in tempo le cure idonee in strutture specializzate, quali le Unità Coronariche».

Cure adeguate, al più presto.
Chi accede alle cure adeguate, e purtroppo si tratta di una sola persona su quattro, quasi sempre se la cava. Detto in parole semplici, il paziente che ritiene di avvertire i sintomi di una ischemia o di un infarto deve raggiungere al più presto una Unità Coronarica.

Quali sono questi sintomi?
A questo proposito oggi c’è ancora confusione. Quando nell’opinione pubblica si diffuse l’idea che un infarto è sempre accompagnato da dolori all’avambraccio, i Pronto Soccorso si riempirono di persone con il cuore perfettamente a posto e un semplice reumatismo o stiramento muscolare.
«Nel caso di un paziente con fattori di rischio cardiovascolare, quali il fumo, l’ipertensione, un elevato tasso di grassi nel sangue, il diabete, le cose sono diverse. Nel diabetico, per esempio, la probabilità che una sensazione di oppressione al torace o allo stomaco sia dovuta a un episodio cardiovascolare è piuttosto alta», afferma Cuccia, che nella sua attività di ricerca studia i percorsi terapeutici seguiti dai pazienti infartuati o con sospetto infarto.
«È meglio rischiare un ricovero inutile piuttosto che rimanersene a casa con un infarto. Bisogna attivarsi senza attendere i sintomi a tatto considerati classici, quali il dolore toracico irradiato alla spalla o al braccio, accompagnato da sudorazione e da affanno». «Non bisogna poi lasciarsi ingannare dal rilievo di valori normali di pressione arteriosa o di frequenza cardiaca,» aggiunge «nella maggior parte dei casi di infarto, infatti, pressione e battito cardiaco sono del tutto normali!».

Vuoi leggere il seguito dell’intervista, dedicata alla prevenzione e alla diagnosi delle malattie cardiovascolari?

Vuoi leggere un riassunto dei concetti chiave e alcuni consigli dedicati a chi ha problemi di cuore?

Ultima modifica: marzo 2005

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