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FARMACI

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Responsabile dell’Unità operativa Diabetologia e malattie Metaboliche dell’Ospedale di Prato.
Un poco di pillole lo zucchero va giù

Per quali ragioni a un certo punto il diabete richiede una terapia farmacologica? E perché il medico prescrive un numero sempre maggiore di farmaci? E soprattutto come risolvere i piccoli dubbi e problemi quotidiani?

La terapia del diabete inizia sempre da uno stile di vita sano: una alimentazione equilibrata, esercizio fisico, astensione dal fumo. Se il paziente - come spesso accade - è sovrappeso, gli si consiglia anche una alimentazione moderata accompagnata da un costante esercizio fisico.

Sembra un consiglio, ma è una ricetta.
Come reagisce il paziente davanti a questa prescrizione?
«Nella maggior parte dei casi non la ritiene una ‘ricetta’», risponde Adolfo Arcangeli, responsabile dell’Unità Operativa Diabetologia e Malattie metaboliche dell’Ospedale di Prato, «ma consigli generici e di buon senso. In realtà questi sono i ‘farmaci’ più efficaci, come è stato rilevato da studi effettuati su ampi campioni di popolazione».
In qualche caso il paziente sottovaluta la prescrizione e anche la malattia. Pensa insomma: “se mi ha consigliato solo di mangiare meno vuol dire che non è così grave”.
«Una soluzione potrebbe essere invitare il paziente a controllare come varia la glicemia e magari anche la pressione dopo un periodo anche breve di esercizio fisico. Fargli capire insomma che quello che abbiamo richiesto ha un effetto anche immediato», nota Arcangeli che fa parte del direttivo della Scuola di Formazione dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD).

“Ma allora sono veramente malato”.
Non è un caso che, quando il medico ritiene giunto il momento di affiancare al cambiamento di abitudini una terapia farmacologica, «la reazione del paziente è in parte di ansia. “Ma allora sono veramente malato”, si dicono in molti. In compenso la prescrizione farmacologica viene accolta e rispettata in misura molto maggiore», racconta Gerardo Medea, Medico di medicina generale a Calcinato (BS) e coordinatore dell’Area Metabolica della Simg, la Società scientifica dei medici di medicina generale.
Insomma, il paziente quando si sente prescrivere dei farmaci ha la errata sensazione che la sua malattia si sia aggravata e che finalmente il medico abbia deciso di curarla. A quel punto il paziente inizia a sorvegliare con attenzione le ricette, e interpreta ogni cambio di posologia o farmaco come un segno dell’aggravarsi della sua condizione. «Per evitare che il paziente entri in ansia bisogna essere molto chiari fin dall’inizio», commenta Medea, «e spiegare che la terapia del diabete dovrà essere modificata spesso per raggiungere diversi obiettivi terapeutici».

Insieme per tutta la vita.
per il paziente la sensazione di essere entrati in un ‘tunnel’ è aggravata dal fatto che le terapie per il diabete sono in genere ‘a vita’. «Dobbiamo chiarire quali sono i nostri obiettivi. Non possiamo guarire, ma possiamo rallentare la progressione della malattia e la comparsa delle sue complicanze. Da un certo momento in poi non solo la glicemia, ma tanti altri processi tendono a deteriorarsi. Il nostro obiettivo è far si che questo avvenga in maniera più graduale possibile», nota Arcangeli che è stato presidente della AMD Toscana e ha fatto parte del Direttivo nazionale dell’AMD.
A lezione di insulinoresistenza.
Allo stesso modo, continua il diabetologo toscano, «noi medici dovremmo investire più tempo per spiegare al paziente che l’iperglicemia, nel soggetto sovrappeso e con diabete di tipo 2, è ‘parente stretto’ di altre condizioni che lui ha o rischia di sviluppare. Questo spiega perché noi andiamo a intervenire anche sulla radice, cioè il grasso viscerale e l’insulinoresistenza. Se lasciamo che il paziente abbia una sua rappresentazione del diabete non possiamo poi lamentarci che si dia anche una sua interpretazione della terapia e dell’andamento della patologia» nota Arcangeli. Già, perché spesso il paziente modifica la terapia che gli viene assegnata; «è difficile che la ignori del tutto, ma magari la ‘autoriduce’ prendendo solo mezza pillola invece di due o assumendola due volte al giorno invece di tre», afferma Arcangeli. In questo modo il farmaco avrà un effetto minore, probabilmente insufficiente.

Vuoi leggere il seguito dell’intervista, dedicata alla terapia farmacologica?

Vuoi leggere un riassunto dei concetti chiave e alcuni consigli dedicati a chi usa una terapia farmacologica?

Ultima modifica: marzo 2005

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