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FEGATO

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Anche i problemi al fegato fanno parte delle complicanze del diabete: quali sono le sindromi più frequenti e i controlli da fare per tenere tutto sotto controllo.

La steatoepatite non alcolica (Nash).
La condizione nella quale la presenza di grasso ‘attacca’ le cellule del fegato è definita ‘steatoepatite’. Se questa non è dovuta all’azione tossica del consumo di bevande alcoliche si parla di ‘steatoepatite non alcolica’ (Nash in sigla inglese). Le cellule ‘at-taccate’ sono gradualmente rimpiazzate da tessuto cicatriziale fibroso. Il processo richiede tempo, ma nel corso di 10 o 20 anni si può arrivare alla cirrosi dapprima ‘compensata’ (il fegato inizia a svolgere con sempre maggiore difficoltà le sue funzioni) e poi scompensata.
Fortemente correlato alla cirrosi è anche il cancro al fegato, l’epatocarcinoma, uno dei tumori più aggressivi e ‘veloci’. Per fortuna l’evoluzione da fibrosi a cirrosi e perfino la stessa cirrosi hanno un andamento spesso lento. Solo in un caso su tre la fibrosi evolve in cirrosi. «Le persone con diabete di tipo 2 però corrono un rischio particolare. Quasi tutte hanno una steatosi, il 30% di loro ha una steatoepatite e una percentuale variabile tra l’1 e l’8% evolve in cirrosi. Il passaggio da steatosi a steatoepatite e da steatoepatite a cirrosi pare inoltre essere più veloce nel diabetico rispetto agli altri», ammonisce lo studioso bolognese. La steatoepatite non alcolica potrebbe essere la causa delle cirrosi finora definite ‘criptogenetiche’: una parola difficile che significa ‘delle quali non si comprende la causa’, ricorda Giulio Marchesini Reggiani che fu uno dei primi studiosi a mettere in relazione steatosi e cirrosi ‘criptogenetica’, scoprendo che gli epatocarcinomi erano molto più frequenti nei soggetti con steatosi che in quelli privi. Con la ‘scoperta’ della Nash la steatosi venne promossa da condizione innocente a ‘fattore di rischio’ epatico.

I controlli da fare.
«Non possiamo definire la steatosi una vera ‘patologia’», afferma Marchesini Reggiani che affianca Nazario Melchionda presso la Sezione di Malattie del metabolismo del Policlinico Sant’Orsola Malpighi di Bologna: «avere un eccesso di grasso nel fegato è come avere i trigliceridi o la pressione alta. Le persone con steatosi, soprattutto se diabetiche, vanno però controllate periodicamente per diagnosticare in tempo una epatite». L’Associazione degli epatologi americani parla di un esame delle transaminasi ogni sei mesi e una ecografia ogni due anni. Le transaminasi (in sigla ALT e AST) sono enzimi che tendono a superare i valori limite quando qualcosa nel fegato non funziona. In caso di steatosi sono spesso pari a una volta e mezzo/due i valori massimi di norma.
Si tratta di un test sensibile ma non specifico: molte cause possono ‘muovere’ le transaminasi: un farmaco o uno stress; per esempio, ma anche una epatite virale. Chi è sovrappeso o consuma più di due bicchieri di vino al giorno potrebbe cercare di controllarle almeno ogni uno o due anni.
Non esiste una ‘cura’ specifica e condivisa per la steatoepatite. Se il paziente è anche sovrappeso o ha elevati livelli di glucosio e di grassi nel sangue, la terapia è quella consigliata per la sindrome metabolica: esercizio fisico, alimentazione moderata e farmaci. «Tutto ciò che riduce l’insulinoresistenza aiuta anche la steatosi», afferma Marchesini Reggiani che ha introdotto il concetto di steatoepatite non alcolica e opera per sensibilizzare i medici diabetologi a una maggiore attenzione nei confronti delle complicanze epatiche del diabete.
«Riducendo il peso e i trigliceridi per esempio, la steatoepatite regredisce». Lo stesso vale a livello di farmaci, « i farmaci utilizzati per ridurre trigliceridi e iperglicemia hanno un effetto positivo sulla steatosi». Possono funzionare le medicine che agiscono a livello intestinale riducendo l’apporto di grassi (come l’Orlistat). Ancora più efficaci i farmaci insulinosensibilizzanti come la metformina (che potrebbe avere un ruolo specifico anche sul fegato), o che aiutano le cellule a metabolizzare i grassi come i glitazoni.
Ricerche recenti fanno pensare che la metformina possa essere considerata una vera e propria cura per la steatoepatite.
Ci sarebbero degli effetti diretti ancora non chiari. Molti medici non prescrivono la metformina che è controindicata in presenza di malattia epatica. Esisterebbe infatti il rischio di sviluppare l’acidosi lattica che è una patologia assai seria.
«Di fatto il rischio di acidosi è presente solo in situazioni di gravissimo scompenso epatico e metabolico. A essere sconsigliati sono invece i farmaci secretagoghi, in particolare sulfaniluree, che potrebbero avere effetti indiretti e forse diretti sull’evoluzione della steatosi», conclude Marchesini Reggiani.

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Ultima modifica: marzo 2005

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