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Massimo Orrash lavora presso il servizio di Diabetologia e Malattie metaboliche dell’Ospedale di Treviso.
Un cuore con due reattori

L’esercizio fisico aiuta a rendere il cuore più resistente.

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Un cuore con due reattori
Chi fa esercizio fisico non solo ha arterie più elastiche e generalmente meno ostruite ma sviluppa anche un maggior numero di capillari sia nel cuore che negli altri muscoli. «Ciò significa che molte cellule sono nutrite da due o più capillari che fanno riferimento ad arteriole e arterie diverse», continua Orrash, è come volare con un aereo con due reattori. Se uno si rompe è possibile utilizzare l’altro. La persona che fa esercizio fisico è anche meno insulino-resistente, il suo cuore potrà funzionare quindi anche con una limitata quantità di glucosio e di insulina, come avviene quando l’occlusione è parziale.
«Questo spiega perché nelle persone che fanno esercizio fisico le ischemie, oltre a essere più rare, si trasformano meno spesso in infarti e comunque si tratta di infarti meno massicci e gravi», nota Orrash che è entrato a far parte di una realtà come quella di Treviso caratterizzata da un altissimo grado di collaborazione fra diabetologi e cardiologi.

Dall’unità coronarica alla cyclette
In passato la persona infartuata veniva tenuta sotto ‘una campana di vetro’. Per paura di un nuovo infarto evitava, anche vita natural durante, ogni tipo di sforzo. «Il rischio di una ricaduta esiste ed è forte, ma un certo grado di esercizio fisico non è controindicato, anzi», spiega Orrash; «tutto ciò che permette di riportare la glicemia nella norma si traduce nella riduzione di un terzo del rischio di nuovi infarti». Per questa ragione, sette-dieci giorni dopo l’infarto o l’eventuale intervento di rivascolarizzazione, la gran parte dei pazienti inviati in appositi Centri di riabilitazione è sottoposta a un programma graduale ma serrato di esercizio fisico. Si parte con un elettrocardiogramma sotto sforzo e si assegnano al paziente piccoli esercizi, per esempio compiere l’equivalente di alcune centinaia di metri alla cyclette. Gli sforzi sono aumentati gradualmente. «Dopo alcuni mesi, generalmente tre, dall’infarto il paziente è nuovamente valutato con un ecg sotto sforzo. A quel punto si redige una ‘tabella’ che definisce il tipo, l’intensità e la durata dell’esercizio fisico che il paziente può e deve fare, la frequenza cardiaca massima ed eventualmente i valori di pressione che non devono essere superati e si fissano magari degli obiettivi di breve termine», continua Orrash.

La motivazione non manca
La gradualità si impone: «per esempio fare due o tre piani di scale a piedi per arrivare a casa è sicuramente una ottima idea, ma po-trebbe essere sconsigliabile nei primi mesi dopo un infarto», nota il diabetologo di Treviso.
Anche nel caso della persona infartuata si consigliano bicicletta e camminata in piano a passo dapprima normale, poi un po’ affrettato e si sconsigliano giochi e sport che prevedono ‘scatti’.
«Sostanzialmente le indicazioni che diamo al paziente prima e dopo un infarto si assomigliano, la differenza sta tutta nella motivazione del paziente che dopo la paura dell’evento cardiovascolare è molto più disposto a collaborare».
Orrash sottolinea il ruolo che i Centri di riabilitazione svolgono nella educazione del paziente. «Per la prima volta il paziente vive insieme a persone che condividono il suo stesso problema e si confronta con loro», conclude Orrash, «e, spesso per la prima volta, si oc-cupa davvero seriamente della sua salute ed è per questo che gli insegnamenti ricevuti nelle due settimane passate al Centro di riabilitazione sono seguiti con molta attenzione. Mettere sulla cyclette una persona che pochi giorni prima era ‘appesa’ a decine di tubi e tubicini, è quindi insieme un atto terapeutico e un gesto simbolico».

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Ultima modifica: luglio 2005

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