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GLICEMIA

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Glicemie: Attenzione agli sbalzi
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Quando e perché controllare la glicemia
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Francesco Dotta docente di Endocrinologia all’Università di Siena.
Quando e perché controllare la glicemia

Devo controllare davvero la mia glicemia? Per quali ragioni? Quante volte al giorno o alla settimana? Quando? Domande concrete alle quali i diabetologi rispondono sulla base di studi condotti su migliaia di persone con ogni forma di diabete.

L’autocontrollo domiciliare della glicemia ha permesso per la prima volta a un ‘paziente’ di svolgere un ruolo da protagonista nella terapia. Ma qual è il suo contributo al miglioramento dell’equilibrio glicemico?


Luca Monge responsabile di AMD Comunicazione.
Insulinodipendenti: una relazione diretta.
Il primo studio condotto su grandi numeri di persone con diabete di tipo 1, il DCCT, ha mostrato una correlazione diretta e significativa fra l’utilizzo delle ‘strisce’ e il compenso glicemico. Già con una sola striscia al giorno la riduzione media dell’emoglobina glicata è stata dello 0,7%. Altri studi hanno confermato questa relazione che è ormai indiscussa: aumentando i test, i risultati migliorano sia in termini di compenso medio, sia di riduzione delle ipoglicemie. «In uno studio pubblicato nel 2002 era stato chiesto a questo tipo di pazienti di effettuare 4 controlli al giorno. Si è registrato un miglioramento significativo e immediato della glicemia media nel 60% dei casi e ritardato nel 20% dei casi», ricorda Francesco Dotta, docente di Endocrinologia all’Università di Siena.
Le Raccomandazioni 2005 pubblicate pochi mesi fa dalla American Diabetes Association sono chiare al proposito (e altrettanto vale per le Raccomandazioni AMD-SID sull’autocontrollo della glicemia): «Nei pazienti trattati con insulina l’efficacia dell’autocontrollo glicemico è dimostrata», scrive la principale Associazione scientifica del-la Diabetologia mondiale, aggiungendo «i pa-zienti che fanno diverse iniezioni di insulina al giorno devono misurare la glicemia almeno tre volte ogni giorno».

Diabete di tipo 2: una conferma sempre più chiara.
«Per quel che riguarda l’importanza dell’autocontrollo nei pazienti di tipo 2 non insulinotrattati, in una prima fase gli studi effettuati non riuscivano a far emergere una chiara correlazione», ricorda Luca Monge, responsabile di AMD Comunicazione. «Dal 2000 in poi gli studi pubblicati hanno iniziato a far emergere un ruolo sempre più marcato dell’autocontrollo domiciliare nel raggiungimento dell’equilibrio glicemico».

In 48 mila dicono: controllarsi serve.
Sorprende, sia per le dimensioni sia per i risultati, lo studio osservazionale effettuato da una ‘mutua privata’ californiana, la Kaiser, su persone con ogni forma di diabete e seguiti con gli stessi metodi. Nei 18 mila pazienti analizzati «una maggiore frequenza dell’automonitoraggio glicemico era associata a un compenso glicemico clinicamente e statisticamente migliore. E questo valeva per persone con diabete di tipo 1 e 2 curate con terapia insulinica, antidiabetici orali o dieta», ricorda Monge.
Tra gli studi di intervento realizzati assegnando terapie diverse a gruppi di pazienti omogenei vale la pena di segnalare un recente studio svolto da Guerci su un campione di quasi 700 persone con diabete seguite senza insulina né farmaci ipoglicemizzanti. «Anche in questo caso è emersa una associazione fra l’autocontrollo della glicemia e il controllo metabolico» ricorda Monge, «come del resto nello studio di Schwedes svolto in Germania. Questo contraddicendo i lavori presentati tra il 1995 e 2000 che non riuscivano a rilevare una chiara correlazione fra il compenso glicemico e il controllo». Interessanti sono anche i risultati dello studio Doves «nel corso del quale i miglioramenti più netti si sono visti nei pazienti di tipo 2 mal compensati. è interessante notare che l’emoglobina glicata rimaneva bassa anche dopo la fine dello studio, segno che i controlli ripetuti della glicemia hanno creato un effetto di ‘auto-educazione’», aggiunge Francesco Dotta.

Perché ADA ha cambiato idea.
Sulla base di questi e altri studi, l’American Diabetes Association ha cambiato le proprie indicazioni (vedere nei box il confronto fra le posizioni dell’ADA nel 2001 e del 2005). Oggi l’ADA definisce l’autocontrollo domiciliare della glicemia: «utile per raggiungere gli obiettivi glicemici assegnati» alle persone con diabete di tipo 2 quale che sia la terapia loro prescritta. Per quanto riguarda le persone che non hanno sviluppato un diabete vero e proprio, ma soffrono di picchi iperglicemici post-prandiali, la recentissima versione delle Linee guida americane dice «fanno bene a controllare la glicemia dopo i pasti».
«Quest’ultima edizione delle Raccomandazioni», conferma Francesco Dotta che dirige l’Unità operativa di Diabetologia presso il Dipartimento di medicina interna, Scienze endocrine e metaboliche e Biochimica del Policlinico di Siena, «conferma la ‘sensazione’ che molti di noi avevano, pur in mancanza di dati univoci, sulla utilità dell’autocontrollo glicemico nelle persone con diabete di tipo 2».

Vuoi leggere il seguito dell’articolo dedicato all’autocontrollo della glicemia?

Vuoi leggere un riassunto dei concetti chiave e alcuni consigli dedicati all’autocontrollo della glicemia?

Ultima modifica: luglio 2005

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