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GLICEMIA

Sommario 

Glicemie: Attenzione agli sbalzi
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Sindrome metabolica e diabete: Ecco i nuovi farmaci
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Gli esercizi che fanno bene al cuore
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Alimentazione e gravidanza
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Quando e perché controllare la glicemia
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Carlo Maria Rotella docente di Endocrinologia all’Università di Firenze.
Quando e perché controllare la glicemia

L’importanza dell’autocontrollo

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Educare il paziente è la prima terapia.
In ogni caso «la rilevazione più o meno frequente del dato glicemico è un punto di partenza, non di arrivo. La misurazione non fa bene alla glicemia, esattamente come misurarsi la febbre non la fa passare. Bisogna vedere da una parte se e come il dato rilevato dalla ‘macchinetta’ viene considerato e interpretato dal paziente», interviene Carlo Maria Rotella, docente di Endocrinologia all’Università di Firenze, «poi bisogna vedere se e come questo dato viene riportato su un diario ed è condiviso con il diabetologo». Insomma alla persona con diabete bisogna chiedere di guardare gli strumenti di bordo ma anche insegnargli a volare.
«L’educazione è il cuore della terapia del diabete, di qualsiasi diabete», afferma deciso Rotella, direttore del Servizio di Diabetologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Careggi, «il paziente deve essere messo in grado di fare dei ragionamenti e di prendere delle decisioni sulla base dei dati rilevati per adattare la terapia nutrizionale, l’esercizio fisico o la terapia farmacologica. Occorre», continua Rotella consigliere nazionale della Società Italiana di Diabetologia, «una formazione attenta e continua, costruita nel corso di ogni incontro e verificata anche a distanza di anni».

Chi ne ha più bisogno si controlla di meno.
Intervenendo in questo modo è possibile migliorare un dato preoccupante: troppe persone con il diabete trascurano l’autocontrollo della glicemia. Da uno studio italiano svolto su 2855 persone con diabete, emerge che il 38% si controlla meno di una volta alla settimana. Tra le persone meno portate a controllare la glicemia ci sono gli ultrasessantacinquenni e le persone con maggiore sovrappeso o obesità «che è come dire che chi ne ha più bisogno si controlla di meno», commenta Rotella.

Risparmiare sulla prevenzione?
L’aspetto economico è importante e spesso viene sottovalutato. Uno studio effettuato in uno Stato del Canada, dove non è previsto il rimborso, ha offerto strisce in numero illimitato a un gruppo di persone con diabete di tipo 2 e prevedendo solo una limitata fornitura a un gruppo di controllo. Dopo alcuni mesi non solo il gruppo ‘gratuito’ aveva fatto più controlli, ma la sua emoglobina glicata media era dell’8,7% contro un 9,9% del gruppo ‘a pagamento’. In termini di glicemia media giornaliera la differenza non era da poco: da 205 a 252 mg/dl. I limiti posti da alcune Regioni e ASL al numero di strisce prescrivibili per un singolo paziente rischiano quindi di avere un effetto importante sulla salute generale.
«I magri risparmi che il SSN può ottenere limitando l’accesso a questi presidi sono frutto di calcoli miopi, perché un paziente in dialisi o amputato, da solo costa ogni anno ben più di centomila strisce reattive», afferma Francesco Dotta. Il ‘ritorno’ di questo investimento in prevenzione non si misura solo sul lungo termine. «è oramai dimostrato che il miglioramento del compenso glicemico si associa a una riduzione delle complicanze croniche del diabete», afferma Luca Monge, diabetologo presso l’Unità Operativa di Malat-tie metaboliche e Diabetologia dell’A-zienda Ospedaliera CTO di Torino, «e un interessante studio di Wagner ha evidenziato che il miglioramento del compenso glicemico si associa anche a una riduzione della spesa sanitaria, di-mostrabile già do-po 1-2 anni.
Pertanto la spesa at-tuale per il materiale di autocontrollo glicemico potrebbe an-che essere giustificata, se adeguata al singolo caso e realmente correlata a un miglioramento del compenso metabolico».

Quante volte?
La frequenza dei controlli varia ovviamente a seconda della terapia e del ‘tipo di diabete’. «Il paziente con diabete di tipo 1 deve svolgere, di regola, 4 controlli quotidiani della glicemia che diventano più numerosi durante malattie intercorrenti e nelle fasi di messa a punto della terapia», illustra Dotta «la persona insulinotrattata, con terapia insulinica non intensiva o terapia mista con insulina e ipoglicemizzanti orali, dovrebbe fare tanti controlli quante sono le iniezioni più un 20% delle iniezioni stesse: in pratica se fa due iniezioni dovrà fare 2,5 controlli al giorno, per esempio uno prima di ogni iniezione e uno un giorno sì e uno no».
Nel diabete di tipo 2 trattato con ipoglicemizzanti orali la frequenza consigliata dei controlli varia a seconda della condizione e della terapia. «Al paziente trattato con farmaci secretagoghi con rischio elevato di ipoglicemia o in condizioni nelle quali una ipoglicemia potrebbe avere conseguenze gravi (coronaropatia, vasculopatia cerebrale, retinopatia proliferante), possono servire fino a due controlli al giorno», continua Dotta.
Per chi non rischia ‘ipo’: i metodi migliori... Per quanto riguarda le persone con diabete trattate intervenendo su dieta ed esercizio fisico e/o con farmaci insulinosensibilizzanti, «il mio consiglio è di effettuare un certo numero di controlli, sicuramente in caso di malattia o situazioni di stress ma anche al di fuori», afferma Carlo Maria Rotella. Non sempre è necessario un controllo quotidiano, «i controlli però devono riguardare tutto l’arco della giornata». Gli schemi possibili sono diversi e vanno adattati alla condizione e alle abitudini di vita del paziente. «Per esempio, si può suggerire uno schema ‘a scacchiera’ nel quale la misurazione è effettuata ogni giorno della settimana in un momento diverso, magari a settimane alterne o una al mese», spiega Rotella; «ci sono poi schemi a coppia nei quali a turno vengono prese in considerazione le glicemie prima e dopo uno dei tre pasti principali per verificare possibili picchi post-prandiali o l’effetto di una terapia, anche se con i secretagoghi non è facile sapere a che distanza dal pasto il farmaco svolgerà il suo effetto».
Un metodo in passato molto utilizzato, ma ancora oggi valido, consiste nell’effettuare una volta ogni tanto una ‘curva glicemica’ con 6 o 7 controlli effettuati nella stessa giornata. Nel paziente ‘alle soglie’ del diabete o comunque non trattato, così come in quello a rischio di diabete, il dato più interessante è probabilmente la glicemia rilevata due ore dopo il pasto: «questa glicemia è quella che si è mostrata più predittiva rispetto alla possibile evoluzione della condizione», conclude Dotta.

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Ultima modifica: luglio 2005

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