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Marco Comaschi responsabile del Centro Studi & Ricerche dell’Associazione Medici Diabetologi.
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Sindrome metabolica e diabete: ecco i nuovi farmaci
La scoperta di nuovi principi attivi e la rivalutazione di farmaci già esistenti permette ai diabetologi di impostare terapie sempre migliori per il diabete e per gli altri aspetti della Sindrome metabolica.
Come ci immaginiamo la nascita di una nuova terapia? Probabilmente come la classica ‘scoperta’, un po’ come è accaduto per la penicillina o l’insulina.
Una intuizione fortunata o il caso; qualche esperienza eseguita immediatamente su persone in gravissime condizioni; la loro inattesa immediata guarigione; la notizia che fa il giro del mondo e gli scopritori in viaggio verso Stoccolma a ritirare il meritato Nobel, salutati dagli sguardi riconoscenti di pazienti in tutto il mon-do. In qualche caso avviene ancora così, «ma ormai questa è l’eccezione. Soprattutto se si parla di condizioni croniche», spiega Marco Comaschi, re-sponsabile del Centro Studi & Ricerche dell’Associazione Medici Diabetologi; «oggi le ‘nuove’ terapie si definiscono soprattutto attraverso studi controllati effettuati analizzando per lungo tempo l’evoluzione della salute di migliaia, spesso decine di migliaia, di persone e dalla riflessione collettiva che la comunità medica mondiale fa su questi risultati».
Il salto di qualità che permette di impostare una terapia vincente può nascere quindi anche dalla riconsiderazione di farmaci e principi attivi esistenti, i quali nel tempo possono esprimere sì effetti avversi imprevisti (e in quel caso possono essere ritirati) ma possono anche sorprenderci, «come è stato il caso per molti dei farmaci che utilizziamo abitualmente», commenta Comaschi, «mostrando effetti positivi anche su condizioni diverse da quella per cui sono stati prescritti».
Chi ama i puzzle può capire che evoluzione ha avuto la diabetologia in questi ultimi cinque anni. Chi compone un puzzle abbastanza complesso si trova spesso in un momento ‘nero’. I pezzi sembrano appartenere a quattro o cinque puzzle diversi, non si trovano elementi chiave, sfuggono i rapporti fra i brandelli di figura che sono stati bene o male composti. Poi d’improvviso ci si riesce a fare una immagine mentale dell’immagine nel suo complesso, una sorta di ‘schema’ e a quel punto tutto diventa semplice, e in qualche decina di minuti si riesce a collocare buona parte dei pezzi che sembravano misteriosi.
Lo ‘schema’ che ha permesso alla diabetologia di fare grandissimi passi in avanti si chiama Sindrome metabolica. «Quando abbiamo iniziato a capire che il diabete, l’ipertensione, i trigliceridi o il colesterolo alto erano tutti aspetti di una stessa patologia, la sindrome metabolica appunto, e che questa aveva una base sola, l’insulino-resistenza, e una conseguenza unica, il rischio cardiovascolare, abbiamo potuto collocare velocemente tanti ‘pezzi’ che prima non riuscivamo a mettere in relazione», nota Comaschi che è stato presidente dell’AMD, ed è fra gli organizzatori del Congresso Nazionale dell’AMD tenuto a Genova in maggio.
‘Vecchie’ e ‘nuove’ classi di farmaci sono state quindi rivisitate e messe a confronto con risultati quasi sempre ottimi. Ma andiamo con ordine partendo dagli ipoglicemizzanti orali.
Insulino sensibilizzanti
Come detto, alla ba-se della sindrome metabolica, c’è l’insulino-re-sistenza. Non sorprende più quindi notare come un farmaco che aumenta la sensibilità all’insulina possa avere risultati positivi su ogni aspetto della Sindrome metabolica.
«Nota da tempo e ben tollerata, la metformina si è mostrata utile in ogni fase della malattia diabetica», nota Riccardo Bonadonna, «compresa la prevenzione del diabete stesso in soggetti a rischio».
Grande interesse ha poi suscitato una classe di insulino sensibilizzanti radicalmente nuova: i glitazoni: «una famiglia di farmaci rivoluzionaria perché agisce sul processo che disegna nuove cellule», spiega Bonadonna, ricercatore e docente alla Scuola di specializzazione in Endocrinologia dell’Università di Verona.
I glitazoni attivano i fattori di trascrizione PPAR-gamma intervenendo nel processo che ‘decide’ quali cellule di grasso devono nascere in sostituzione di quelle che fatalmente muoiono «e fanno in modo che nel corpo aumentino le cellule di grasso ‘giovani’, piccole, con scarsi depositi di grasso e ben sensibili all’insulina», spiega Bonadonna. «Queste cellule del grasso sono ‘sane’, si collocano più facilmente sotto cute e non solo sull’addome e, invece di inquinare il sangue con fattori di in-fiammazione, lo puliscono producendo potenti anti-infiammatori come l’adiponectina». Secondo Bonadonna, le restrizioni poste alla prescrivibilità di questi farmaci (distribuzione solo ospedaliera e prescrizione solo a pazienti obesi o in caso di controindicazione della metformina) «non rende giustizia alla loro utilità soprattutto nel quadro della sindrome metabolica».
Secretagoghi
I diabetologi hanno oggi a disposizione una gamma di farmaci che stimolano la produzione di insulina da parte del pancreas, con diverse durate di azione, anche di poche ore «e possono disegnare schemi che riducono il rischio di ipoglicemie e permettono di contrastare in maniera specifica le iperglicemie post-prandiali», spiega Bonadonna.
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Ultima modifica: luglio 2005
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