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Riccardo Bonadonna lavora al Servizio di Diabetologia dell’Ospedale Universitario di Verona-Borgo Trento.
Sindrome metabolica e diabete: ecco i nuovi farmaci

I nuovi farmaci permotono di impostare terapie migliori.

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Le molecole in fase di studio
Tra le molecole in fase avanzatissima di studio, alcune già sul mercato negli Usa, Bonadonna segnala la famiglia degli agonisti del recettore del GLP-1. Il GLP, sigla di ‘Glucagon-like peptide’, è un ormone esistente in natura secreto dall’intestino e svolge due funzioni, una di breve e una di lungo termine», spiega Bona-donna il quale, laureato a Genova, ha lavorato alla Yale University e a San Antonio con il team di De Fronzo e poi a Pisa con Eleuterio Ferraninni. A breve termine il GLP-1 che è ‘ di sentinella’ nell’intestino, ‘attira l’attenzione della ß-cellula’ e in particolare della glucochinasi, il sensore del glucosio, il quale ‘ascolta meglio’ i segnali che provengono dalla glicemia. L’effetto è notevole: la ß-cellula reagisce molto prima e molto meglio producendo puntualmente l’atteso picco di secrezione insulinica. Ma il GLP-1 sembrerebbe poter fare di più: tiene in vita la ß-cellula, scongiurando quel ‘suicidio di massa’ delle ß-cellule che è responsabile nel diabetico della riduzione graduale della massa ß-cellulare e porta nella maggior parte dei casi all’aggravamento progressivo del diabete. Se a questo si aggiunge che il GLP-1 pare in grado di rallentare lo svuotamento gastrico e contribuisce a dare un senso di sazietà, si può capire l’entusiasmo dei diabetologi per questa classe di farmaci.
Purtroppo, come l’insulina, il GLP-1 deve essere iniettato, in teoria poco prima di ogni pasto. Una modalità di assunzione, come si può immaginare, poco gradita ai pazienti. «Per ridurre il problema si stanno studiando anche analoghi a lunghissima durata di azione che potrebbero essere iniettati solo una volta alla settimana, forse anche ogni mese», nota Bonadonna, «così come forme di assunzione alternativa alla iniezione che agiscono sull’enzima che distrugge il GLP-1 che si chiama dil-peptidasi-4, inibendone il funzionamento in modo da far ‘durare più a lungo’ il GLP-1 naturalmente prodotto ed eventualmente quello iniettato».
Un’ulteriore direzione di ricerca è agire sul sensore stesso della ß-cellula, la glucochinasi. Esistono rarissime forme genetiche nelle quali la glucochinasi è sovraespressa, il pancreas ha insomma troppi sensori. «Noi sappiamo che i portatori di questa forma hanno una sorta di ‘diabete all’incontrario’: producono troppa insulina e si trovano spesso in ipoglicemia. è quindi pensabile agire in modo da aumentare l’efficacia o l’espressione di questi sensori nel paziente insulino-resistente e diabetico», conclude Riccardo Bonadonna.

Anti-ipertensivi
La forma più frequente della Sindrome metabolica non è l’iperglicemia ma l’ipertensione arteriosa.
«Oggi sappiamo che si può e si deve trattare l’ipertensione anche moderata. Abbiamo a di-sposizione due classi di farmaci: i sartani e gli ACE-inibitori i quali non solo sono molto efficaci nel riportare la pressione entro certi valori, ma hanno anche effetti protettivi ad ampio raggio», afferma Marco Comaschi. Gli ACE-inibitori e in minor misura i sartanici hanno un potere anti-ossidante che migliora le condizioni dei reni, del muscolo cardiaco e nelle pareti interne, dei vasi.

Ipertrigliceridemia
Per ridurre l’eccesso di trigliceridi nel sangue, è stata dimostrata oltre ogni dubbio l’efficacia degli agonisti del recettore PPAR-alfa, i cosiddetti fibrati (Gemfi-brozil e Fenilfibrato). Anche una classe di olii esistenti in natura, soprattutto nella carne di pesce, i cosiddetti Omega3, ha importanti effetti, «ma la dose minima efficace, 2-4 grammi di olii al giorno, è piuttosto impegnativa da assumere», continua Comaschi, che insegna Economia e Gestione sanitaria nel Corso di laurea in Ingegneria biomedica alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Genova. Il futuro nella lotta alla ipertrigliceridemia proviene dallo studio di farmaci che attivino insieme i recettori PPAR-alfa (come i fibrati) e PPAR-gamma (come i glitazoni) costituendo così un farmaco in grado di agire a tutti i livelli sul sistema che regola i grassi nel sangue.

Ipercolesterolemia
«Ampi studi confermano la necessità di trattare valori di colesterolo LDL superiori a 100», nota Comaschi, «soprattutto nella sindrome metabolica dove le lipoproteine LDL sono particolarmente pericolose per l’aterosclerosi. Gli studi di questi anni confermano l’efficacia di una classe di farmaci, le statine (Simvastatina, Pravastatina, Corvastatina, Rosvastatina). «E ancora una volta abbiamo scoperto che questi farmaci, oltre a ridurre il colesterolo LDL, hanno un effetto protettivo diretto sulle pareti delle arterie», nota Comaschi, «tanto è vero che riducono il rischio di eventi cardiovascolari anche nelle persone che non hanno problemi di colesterolo».
Il problema delle statine è che la forza della loro azione è proporzionale al rischio di fastidi ai muscoli, che in alcuni rarissimi casi possono portare a serie conseguenze. Come ottenere un apprezzabile effetto di riduzione del colesterolo con dosi minime di statine? La risposta potrebbe essere data da un farmaco di tipo diverso, l’Ezetimide, che riduce l’assorbimento del colesterolo nell’intestino.
«Gli effetti dell’Ezetimide potrebbero sommarsi a quelli delle statine», auspica Coma-schi, «permettendoci di curare il colesterolo alto anche nel paziente che sviluppa qualche disequilibrio con le statine, o associando questo nuovo principio a statine leggere».

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Ultima modifica: luglio 2005

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