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Un coagulo di motivi per curarsi meglio

Curare l’aterosclerosi

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Le complicanze
Il processo aterosclerotico non porta solo a un maggiore rischio di infarti e ictus, ma è fra le cause principali delle complicamze microvascolari. Anche i piccoli vasi della retina, dei reni e dei nervi possono subire una riduzione del lume, cioè del diametro interno, e ridurre o azzerare l’apporto di ossigeno nei tessuti. È noto che nel diabetico diversi organi e tessuti vengono coinvolti, in particolare il distretto retinico, renale e nervoso che caratterizzano la retinopatia, nefropatia e neuropatia diabetica. Diagnosticare un’alterazione della coagulazione non è difficile. Esistono dei marcatori aspecifici di infiammazione come la Proteina C reattiva e il Fibrinogeno, «quest’ultimo è considerato un potente indice predittivo di evento cardiovascolare nel diabete» ricorda Cossu.

La cura
Contrastare questa alterazione – e in generale l’aterosclerosi – è possibile, riducendo calorie e grassi nell’alimentazione, con una attività fisica continuativa di almeno 30 minuti per 4-5 volte la settimana e una terapia farmacologica. «A questo proposito stanno emergendo una nuova categoria di farmaci appartenenti alla famiglia dei recettori nucleari (PPARs) potenzialmente utili in alcune fasi del processo aterosclerotico», sottolinea Cossu.
Un aiuto può anche essere dato da un trattamento ipolipemizzante con statine o fibrati, efficaci anche per il loro effetto di riduzione della placca ed eventualmente con una specifica terapia antiaggregante piastrinica come l’acido acetilsalicilico che, a basse dosi (70 - 325 mg al giorno), è in grado di inibire l’aggregazione piastrinica, tappa fondamentale della formazione del trombo. «I farmaci vanno bene quando la situazione è già delineata. L’ideale sarebbe intervenire sullo stile di vita molto prima, perfino a partire dall’età scolare. Sia perché l’ispessimento delle arterie è riscontrabile già in quell’età, sia perché la scuola può, e forse deve, introdurre programmi strutturati su nutrizione e attività fisica. Questo sì che potrebbe contribuire a ridurre l’impatto del diabete e delle sue complicanze cardiovascolari», conclude Cossu.

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Ultima modifica: novembre 2005

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