
Umberto Valentini responsabile del servizio di Diabetologia, malttie Metabolichee Educazione terapuetica degli Spedali Civili di Brescia e Presidente della Associazione Nazionale Diabetologi
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I percorsi di cura
Per ogni persona con diabete è possibile definire un percorso ottimale che descrive cosa deve fare, quando e con l’aiuto di quali persone o strutture lungo tutto l’arco della sua vita. Questa prospettiva rappresenta probabilmente il futuro dell’assistenza diabetologica.
Farà piacere ai lettori apprendere che Umberto Valentini, direttore scientifico di Modus dal primo numero, è divenuto Presidente della AMD, l’Associazione scientifica che riunisce circa duemila medici specialisti in Diabetologia. Interesserà loro ancora di più sapere che l’obiettivo di Valentini, responsabile del Servizio di Diabetologia, malattie metaboliche e educazione terapeutica degli Spedali Civili di Brescia, è definire in questo biennio di presidenza come si farà assistenza alle persone con diabete fra cinque o dieci anni «ed è questo che possiamo contribuire a decidere oggi», afferma il diabetologo bresciano.
Come sarà?
Dipende in parte dal nostro lavoro e in parte dalle soluzioni che sapremo prospettare, dalla forza con la quale le proporremo alle istituzioni e ai colleghi e dalla volontà che avremo tutti di rispondere alla sfida enorme che si sta profilando.
Quale sfida?
Il diabete, da solo e come parte della sindrome metabolica, è sempre più frequente e lo sarà sempre di più perché la vita media si è allungata e perché il numero di persone sovrappeso già in età matura – e ancora prima – sta crescendo. Età e sovrappeso moltiplicano il rischio di sviluppare la sindrome metabolica e il diabete. Sarà quindi un problema sempre più grave e sempre più sentito.
Perché ‘più sentito’?
Per due ragioni: perché questi anziani di oggi e di domani si attendono molto da se stessi. Hanno una prospettiva di vita lunga, sono attivi; spesso, se si esclude l’aspetto metabolico, sono sani e per nulla rassegnati all’idea di convivere con delle complicanze. In secondo luogo perché sono e saranno sempre più chiari all’opinione pubblica i rapporti stretti e diretti fra scompensi metabolici, iperglicemia, anche moderata e rischio cardiovascolare.
Ci sarà quindi una forte domanda di salute. Ci saranno le risorse economiche necessarie?
Curare il diabete costa meno che ‘non curarlo’. Non c’è contraddizione fra risorse e qualità dell’assistenza. Le cose sono molto chiare ed è inutile complicarle. Le persone con diabete che hanno valori più elevati di emoglobina glicata hanno più complicanze croniche. I diabetici che hanno valori più elevati di emoglobina glicata hanno un maggior numero di ricoveri. Le persone con diabete che esprimono una peggiore qualità della vita hanno valori elevati di emoglobina glicata. Migliorando il controllo metabolico, si migliora la qualità della vita, si riducono le complicanze croniche e quindi anche i costi della malattia.
A questo punto la domanda è: come si fa a migliorare il compenso glicemico?
Anche su questo abbiamo le idee chiare, almeno in teoria. Nella vita pratica le cose sono diverse. Intanto il diabete è una condizione sottodiagnosticata: almeno un milione di persone in Italia ha problemi di glicemia e non lo sa. Altri due milioni di persone lo sanno, ma solo una parte di queste riceve una assistenza adeguata. Prima di tutto solo il 40-60% delle persone con diabete è seguito anche da un Servizio di Diabetologia. Il paziente va dove vuole e si muove in maniera disordinata. Fa riferimento solo a un Servizio specializzato anche in maniera inappropriata o dialoga solamente con il suo Medico di base, anche quando sarebbe necessario l’intervento di un Team specializzato.
Il paziente sbaglia?
No, il paziente compie queste scelte perché non sa come muoversi. Manca un coordinamento fra le offerte. E qui arriviamo al punto. Dobbiamo rispondere in maniera semplice alla più semplice delle domande: chi cura la persona con diabete? La risposta esiste anche qui e si chiama percorso: percorso diagnostico terapeutico assistenziale. Il percorso rappresenta un itinerario ragionato e personalizzato che coordina l’intervento di tutti quelli che possono assistere la persona con diabete: Medico di medicina generale, in primo luogo, Servizio di Diabetologia, altri specialisti e così via.
Sembra semplice... .
...significa andare oltre una visione della Medicina basata su isolati ‘atti di cura’.
Cosa intendiamo per ‘atto di cura’?
Atto di cura può essere una visita, un test diagnostico, un esame clinico, un intervento... Questa visione funziona forse per certe patologie acute, ma considerare, anche solo a livello amministrativo, la terapia del diabete come la somma di tanti atti di cura indipendenti rappresenta un ostacolo a una buona assistenza.
Perché?
Faccio un semplice esempio. L’atto di cura ‘classico’ termina generalmente con una prescrizione. Il medico saluta il paziente e gli mette in mano una ricetta. Per lui il caso è chiuso. Peccato che, nelle malattie croniche, più del 50% dei pazienti non mette in atto la terapia consigliata. Se il paziente è inserito in un percorso è possibile accorgersene, cercare di capire perché modificare la terapia, accompagnare davvero il paziente.
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Ultima modifica: novembre 2005
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