Modus on line
www.acfriends.itwww.dm1.itwww.accu-chek.it


L'INTERVISTA

Sommario 

Tra il dire e il fare: Ŕ sempre colpa del malato
scarica l'articolo
Il segreto di Derrick
scarica l'articolo
La rivoluzione striscia
scarica l'articolo
Il mistero dell'anoressia
scarica l'articolo
TICKET: ma cosa vuol dire?
scarica l'articolo
Orologi nel cervello
scarica l'articolo
Notizie dalla ricerca
Associazione e Ospedali odio o amore?
scarica l'articolo
Come Ŕ difficile vederli crescere
scarica l'articolo
Ma che dieta e dieta!
scarica l'articolo
Editoriale
GRATIS
Modus a casa tua


scrivi alla redazione

CERCA NEL SITO


Parla il professor Assal

I pazienti cronici 'reinterpretano' le prescrizioni del medico: sbagliano, certamente, ma è proprio colpa loro? Jean Philippe Assal se lo è chiesto e ha risposto fondando la Educazione terapeutica: l'arte di seguire il paziente cronico nel percorso che va dallo choc della diagnosi alla accettazione della terapia.

«Su cinque pazienti cronici, solo uno o due, seguono correttamente le prescrizioni del medico. La grande maggioranza adotta una propria 'versione' della terapia, e ha delle idee in proposito che non confesserà mai al medico. Sbagliano, certamente, ma è proprio tutta colpa loro?
Ginevrino, Jean Philippe Assal è uno dei pochi studiosi ad aver approfondito quel che avviene dopo la prescrizione.
Dalle sue riflessioni, dal suo impegno personale, dalla sua non comune conoscenza di quel che avviene nella psicologia, nella scienza delle comunicazioni, e nella prassi quotidiana dei pazienti è nata una intera disciplina, la Educazione terapeutica che Assal insegna all'Università di Ginevra e nella quale il 'suo' ospedale, il Cantonale Universitario di Ginevra, è diventato Centro di riferimento a livello mondiale.
Consulente dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, 'maestro' di generazioni di medici e infermieri anche in Italia, Assal ha risposto alle domande di Modus con una chiarezza e una capacità di mettersi 'dalla parte del paziente' non comuni.

Perché una prescrizione non viene seguita?
La terapia di un paziente cronico richiede una serie di comportamenti che incide su tutti gli aspetti della vita di una persona: lavoro, amici, tempo libero, abitudini alimentari e di vita. Al paziente cronico il medico proibisce mille attività, ne impone cento altre. Chiede di prendere a orari definiti decine di pillole al giorno. Ci sono patologie la cui terapia richiede al paziente tre ore di impegno al giorno. Altre, come il diabete, chiedono una decina di atti fra misurazioni e iniezioni. E questo ogni giorno per tutta la vita. Il medico fa bene, ma fa presto a scrivere su un foglio: faccia quattro controlli della glicemia e tre insuline al giorno.

Voglio vedere lui!
Esatto, stiamo parlando di cambiare completamente la vita di una persona, per non parlare dell'immagine che il paziente ha di se stesso. Nella patologia cronica il malato deve ricostruire l'idea che ha di se stesso intorno alla malattia.

Perché nelle malattie croniche?
Perché le patologie acute, per gravi che possano essere, hanno un tempo definito. Nella maggior parte dei casi poi sono seguite in ospedale, dove il paziente non ha altra scelta che attenersi alla terapia. Nella patologia acuta il paziente è passivo, è portatore di una patologia. Nella malattia cronica il paziente è questa malattia, ci convive e la qualità della relazione con il medico diviene centrale. Il fatto è che le malattie croniche oggi sono sempre più diffuse: l'80% delle visite mediche è dovuto a malattie croniche.

Ma se la malattia è ben curata, cosa importa la qualità della relazione?
Ma ben difficilmente la malattia cronica sarà ben curata se manca questa relazione! Vede noi tutti, medici ma anche pazienti, continuiamo ad applicare inconsciamente i paradigmi della medicina 'acuta' quella dell'ospedale, del pronto soccorso. Questo è il problema. Non vi è nulla di più differente. In ospedale il medico ha tutta la responsabilità e tutto il potere: il paziente è passivo.

Ma se il paziente, una volta fuori dall'ospedale o una volta diagnosticato, non segue le indicazioni del medico in fondo... è colpa sua.
Questo è un approccio semplicistico. I medici accusano il paziente. Dicono 'non collabora'; ma perché non collabora? Lo definiscono 'non motivato'; ma chi dovrebbe creare e gestire questa motivazione? Il fatto è che il paziente cronico segue un iter psicologico ben preciso che parte, è normale, con la negazione della malattia e arriva alla accettazione.
Dalla accettazione si passa a quell'atteggiamento di sfida che è il più fruttuoso: "Bene: ho il diabete, l'asma bronchiale, l'epatite... ma se seguo certe regole posso condurre una vita normale e lunga". Ma questo tragitto è molto complesso, prevede passaggi intermedi e binari morti.. Se noi non gestiamo questo processo, alla accettazione non si arriverà mai.

Può fare un esempio di questi passaggi intermedi?
Per esempio un passaggio molto frequente è la contrattazione: il paziente dice: "Va bene: ho il diabete ma accetto solo una parte delle indicazioni che mi è stata data non farò quattro controlli al giorno della glicemia ma solo due", oppure "Va bene ho l'epatite cronica ma un bicchiere di vino a pasto ogni tanto me lo bevo".

Ma il medico sa di questa accettazione parziale?
Se il rapporto non è buono, non ne è al corrente, non la gestisce. Il paziente nega, non racconta il suo vissuto della malattia. E finisce col fare anche degli errori: magari aumenta la dose di farmaci o li cambia, convinto che non siano efficaci. E invece la terapia era giusta, solo che mancava una educazione terapeutica. Solo che a questo punto anche la terapia diviene sbagliata.

L'intervista al professor Assal continua
Chi e' J.P. Assal

Ultima modifica: aprile 1999

Torna al sommario
Torna alla Home page

 
 
© Copyright 2016. Roche Diabetes Care Italy S.p.A. - SocietÓ unipersonale - P.IVA 10181220152