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"È colpa del medico se il paziente 'reinterpreta' la terapia."
E il medico cosa dovrebbe fare?
Piuttosto che spezzare il pane della conoscenza medica,
il medico dovrebbe chiedere al paziente cosa sia per lui la patologia,
dovrebbe capire come il paziente ha ricostruito la sua vita intorno
alla patologia. A quel punto è facile individuare i problemi.
Chiedere: "Ha seguito le mie prescrizioni?" è inutile. Meglio
chiedere con aria noncurante: "Trova difficile seguire la terapia?",
"Come riesce a conciliarla con la sua vita lavorativa o di svago?".
I medici di 50 anni fa forse queste cose le sapevano fare. Sicuramente
la capacità di educare alla terapia dovrebbe essere parte del
bagaglio formativo dei medici. Ma non è certo l'unica tra le
sfide che la malattia cronica ci pone! Del resto non è un po'
curioso che il 'sistema' medico spenda ore a milioni per fare delle
domande al pancreas e nemmeno un minuto per l'analisi della persona?
Affinchè una terapia sia davvero seguita, il medico dovrebbe
quindi deciderla insieme al paziente?
Capisco che suona come una provocazione. Un medico espertissimo deve
contrattare con una persona che ha una cultura e conoscenze completamente
differenti? Ma di fatto è questo che accade. Il paziente di fatto
co-decide. Solo che questo processo è oscuro al medico. La situazione
ideale è ovviamente quella in cui il medico dà l'impressione
che la prescrizione sia nata da un accordo col paziente. Ma è
difficile.
Perché?
La medicina conosce solo l'accettazione piena
e completa da parte del paziente. Seguendo la sua identità professionale
il medico continua a seguire il paradigma ospedaliero e vede nella contrattazione
una insubordinazione, una perdita di potere e di controllo. Del resto
si può capire questo atteggiamento. Contrattare vuol dire anche
correre dei rischi. A meno che il medico non sia così abile da
applicare la terapia ideale dando l'impressione di essere sceso a un
compromesso.
Contrattare non comporta un pericolo?
Sì, è così. La versione 'contrattata' di una terapia è
probabilmente meno efficace, si possono anche avere delle crisi. Ma
qual è l'alternativa?
L'alternativa è che il medico impone una terapia e il paziente
non la segue e non glielo dice. Il rischio di crisi è eguale,
anzi è molto maggiore. Nel primo caso però il medico gestisce
il processo, nel secondo non lo gestisce. Del resto, scusi, lei come
fa a insegnare a un bambino ad andare in bicicletta? Gli consegna un
dépliant divulgativo? Gli fa una conferenza?
No di certo, lo faccio sedere sul sellino e gli faccio vedere come
si pedala.
Esatto: in una prima fase terrà lei in equilibrio la bicicletta.
Subito dopo starà vicino pronto a intervenire se il bambino cade.
E cade, può scommetterci che cade! Si fa male? Sì, probabilmente
sì, un pochino. Ma io genitore sono lì a gestire questo
processo. Se cade troppo spesso magari abbasso il sellino, cambio bici.
È un po' sorprendente quello che lei dice, i pazienti cronici
generalmente lamentano la mancanza di informazioni da parte del medico.
Può essere vero, in qualche caso. Ma io credo che il paziente
non ha il problema di conoscere, quanto di 'rappresentarsi' la malattia.
Posso mandare un dépliant informativo a tutti i malati cronici,
ma non risolvo il problema. Il paziente su quel foglio trova scritto
cosa è il diabete, non cosa è il 'suo' diabete. Il paziente
cronico deve fare proprie le informazioni che riceve e ne riceve molte,
direi troppe, deve ricostruire una immagine di se stesso a partire da
questo dato che è la patologia.
Ma il paziente, cosa deve fare?
Parlare. Il medico non è un vigile o un poliziotto, magari è
stressato, magari ha poco tempo, ma nella maggior parte dei casi accetta
il dialogo.
Provare a dirgli che tipo di rielaborazione è stata fatta della
sua terapia. Dire il 'non detto'. Così com è, la terapia è
impossibile da seguire, si scontra con la vita lavorativa o familiare?
Parliamone. Il medico dopotutto non è una controparte: alla mancanza
di controllo preferirà una terapia meno efficace o sicura ma
seguita. Il medico deve convincersi che una prescrizione non condivisa
dal paziente non serve a nulla, che il suo lavoro è compiuto
solo quando il paziente ha accettato quello che lui gli sta dicendo.
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Chi e' J.P. Assal
Ultima modifica: aprile 1999
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