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Donatella Zavaroni, responsabile dell U.O. di Diabetologia e Malattie metaboliche all’Ospedale di Piacenza.
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Quando il diabete è donna
Le problematiche del diabete... al femminile
Sei in menopausa? Cammina!
Intorno ai 50-52 anni (ma l’età può variare anche di molto) l’attività delle ovaie si interrompe e la donna smette di essere fertile.
La menopausa vera e propria è dichiarata dopo un anno di mancate mestruazioni; è quindi preceduta da una fase più o meno lunga di premenopausa, «e questa fase, dal punto di vista metabolico, ha effetti ancora più importanti della menopausa vera e propria», ricorda Emanuela Orsi.
A differenza del diabete di tipo 1, che anticipa sia l’inizio che la fine dell’età fertile, il diabete di tipo 2 non incide sull’appuntamento con la menopausa. E in senso stretto non la rende nemmeno più veloce o più ‘destabilizzante’ per l’organismo: vampate di calore, secchezza, sbalzi di umore sono egualmente probabili nelle donne con e senza diabete. È possibile invece un peggioramento o un’instabilità del controllo glicemico. «Chi è in terapia insulinica o con secretagoghi potrebbe scambiare gli effetti della premenopausa per segni di ipo o iperglicemia e viceversa», sottolinea Emanuela Orsi, «ma il vero problema sono le conseguenze metaboliche: di questa fase la premenopausa e la menopausa rappresentano un colpo di acceleratore nell’invecchiamento metabolico».

Francesca Novara, responsabile dell’ambulatorio di Diabetologia presso l’Azienda USL 9 Poliambulatorio 2 di Trapani.
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«La menopausa ha un effetto diabetogeno: aumenta la probabilità di sviluppare il diabete», ricorda Donatella Zavaroni; «il calo degli estrogeni modifica la distribuzione del tessuto adiposo». anche la sua composizione cambia: «si liberano acidi grassi e la quantità di insulina, di glucosio e di trigliceridi presenti nel sangue aumenta assai velocemente». «Col calo degli estrogeni», sottolinea Emanuela Orsi, «si modifica la di-stribuzione del tessuto adiposo, che tende ad accumularsi a livello addominale periviscerale. Questa è la zona più pericolosa perché predispone all’insulinoresistenza e agli eventi cardiovascolari». «Fino alla menopausa possiamo dire che le femmine godono di una ‘protezione’ dovuta agli estrogeni, che si traduce in un rischio di ictus e infarti significativamente inferiore a quello dei maschi», riassume Donatella Zavaroni; «nelle donne con diabete questa protezione non esiste. Il loro rischio è in tutte le età simile a quello dei maschi». «Le donne con diabete, presentano un aumentato rischio anche in età fertile, rispetto alle non diabetiche», ammette Emanuela Orsi. «Inoltre, con la menopausa la produzione di radicali liberi, responsabili degli effetti di invecchiamento dei vasi, aumenta nettamente con la riduzione degli estrogeni».

Angela Napoli, ricercatrice presso la II facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza di Roma, lavora nella UOC di Diabetologia dell’Ospedale Sant’Andrea di Roma.
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Intervenire è possibile.
Per fortuna è possibile contrastare, se non la perdita della fertilità, tutte le altre conseguenze della premenopausa e della menopausa. la regola d’oro ancora una volta è: camminare. «Un esercizio fisico costante fa consumare calorie, migliora la sensibilità all’insulina, favorisce il mantenimento e lo sviluppo della massa muscolare, contrasta l’aumento di massa grassa e aiuta a riequilibrare il colesterolo: in menopausa infatti si riduce l’Hdl e aumentano sia l’Ldl sia le poco note e ‘cattivissime’ Lpa» elenca Emanuela Orsi che è segretario scientifico della Sid (Socieà italiana di diabetologia).
La terapia sostitutiva.
Esiste anche una risposta farmacologica. Come nota Concetta Irace, «le cosiddette terapie sostitutive – si tratta di pillole a base di equivalenti sintetici degli ormoni che con la menopausa vengono a mancare – non hanno dimostrato una riduzione di infarto e ictus nelle donne trattate», non si tratta quindi di una soluzione da consigliare a tutte. «La terapia sostitutiva ha vantaggi e svantaggi», commenta Emanuela Orsi che all’università di Pavia si è specializzata anche in Geriatria. «Può aumentare il rischio di tumore dell’utero e, in donne predisposte, quello della mammella. Tuttavia la terapia ormonale sostitutiva ha effetti positivi: riduce il rischio di tumori al colon, contrasta l’osteoporosi, riduce la secchezza della mucosa vaginale e soprattutto riduce il problema delle vampate e migliora il tono dell’umore». «Anche se è possibile ottenere alcuni di questi effetti con terapie ad hoc», sottolinea Donatella Zavaroni.
La risposta ancora una volta è la personalizzazione. «Ogni donna presenta da una parte un suo profilo di rischio e dall’altra determinate esigenze e stili di vita», commenta Angela Napoli; «la scelta della terapia sostitutiva dipende quindi dallo stato metabolico della donna, dalla presenza di altre patologie – per esempio un assetto trombofilico spesso svelato da una storia di flebiti ricorrenti che rendono controindicata la terapia – e dalla anamnesi familiare: in pratica quali malattie hanno avuto i suoi genitori quali per esempio la familiarità per il carcinoma della mammella e infine dallo stile di vita che la donna intende condurre».
Osteoporosi.
La terapia ormonale sostitutiva contrasta almeno in parte una delle conseguenze più serie della menopausa: la perdita di elasticità e di resistenza da parte delle ossa.
Anche in questo caso la menopausa accelera un processo naturale. L’osso non si forma una volta per tutte. Le sue cellule nascono e si distruggono continuamente. Una leggera riduzione della massa ossea si riscontra già dal terzo decennio di vita ma la menopausa accelera questo fenomeno. «Soprattutto l’osso perde elasticità», spiega Concetta Irace, e questo trasforma più facilmente un trauma in una frattura. Non ci sono evidenze che il diabete di tipo 2 influenzi l’osteoporosi, mentre nel diabete di tipo 1 la carenza di insulina riduce la massa ossea; «tuttavia una persona con diabete e decenni di cattivo controllo glicemico per-de più facilmente l’equilibrio per colpa della neuropatia o della riduzione dell’acuità visiva (retinopatia). Cadendo di più, rischia più degli altri di fratturarsi», chiarisce Emanuela Orsi. «Le persone obese sono meno a rischio di osteoporosi e in generale risentono meno delle conseguenze della menopausa ma in compenso il maggior peso corporeo aumenta il carico delle ossa e rende più facile una frattura», nota Donatella Zavaroni.
«Molte donne tentano di contrastare l’osteoporosi assumendo calcio, ma l’esercizio fisico è una risposta ancora migliore perché in questo modo l’osso si mantiene in forma e perché con il movimento migliora la flessibilità dei muscoli e la capacità di rispondere a un imprevisto senza rischiare una frattura», ricorda Francesca Novara.
Avvertite per lettera raccomandata.
In questo articolo non parliamo della gravidanza nelle donne con diabete: Modus ha affrontato il tema diverse volte, ri-badendo come sia necessario, sia per la persona con diabete di tipo 1 che per la persona con diabete di tipo 2, iniziare e continuare la gravidanza in una condizione di perfetto equilibrio glicemico. Molte donne però conoscono durante la gravidanza una situazione di iperglicemia, il diabete gestazionale, che va controllato attraverso l’alimentazione, l’esercizio fisico e, se necessario, con insulina (i farmaci orali non sono prescritti in gravidanza). «La donna che ha avuto un diabete gestazionale rischia molto più delle altre di sviluppare prima o poi un diabete vero e proprio», nota Donatella Zavaroni. Occorre quindi effettuare, sia poche settimane dopo il parto sia a intervalli regolari negli anni seguenti, quel piccolo test, la curva da carico orale da glucosio, che aveva permesso di diagnosticare il diabete gestazionale.
«Si tratta di un’opportunità: un piccolo vantaggio offerto alle femmine che al contrario dei maschi sono ‘preavvertite per lettera raccomandata’ del diabete e possono quindi scongiurarlo», sottolinea Gisella Meloni. Nella sua Asl da poco tempo con un considerevole sforzo organizzativo, tutte le donne in gravidanza sono sottoposte a un test. «Possiamo quindi identificare e seguire tutti i casi di diabete gestazionale». La compliance delle donne è altissima, ma dura finché dura l’attesa o poco più, «al primo controllo dopo la gravidanza tornano tutte, ma negli anni seguenti l’attenzione si riduce. Eppure basterebbe mantenere l’educazione alimentare e l’attenzione all’esercizio fisico che erano state apprese e messe in pratica durante la gravidanza», conclude Gisella Meloni.
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Ultima modifica: marzo 2006
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