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Autocontrollo: la rivoluzione continua
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Le età della vita
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Cosa fare quando il rene non rema
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Microinfusori e diabete di tipo 2: l’orizzonte della terapia?e
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Massimo Massi Benedetti è docente di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo in vari corsi di laurea e specializzazioni della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Perugia.
Autocontrollo: la rivoluzione continua

Da venticinque anni, in modo sempre più affidabile, comodo e veloce, le persone con diabete possono controllare dove e quando vogliono la loro glicemia. Questo ha permesso di impostare su basi nuove la terapia, il rapporto fra persona con diabete e Team e di arrivare a una vera autogestione.

Una piccola rivoluzione avviene ogni settimana, ogni giorno, ogni poche ore. Si tratta dell’autocontrollo domiciliare della glicemia. «Al suo apparire circa venticinque anni or sono, l’autocontrollo della glicemia ha rivoluzionato l’approccio all’assistenza diabetologica», afferma Massimo Massi Benedetti; «si tratta di un processo lungo che per molti versi è ancora in corso». Modus riassume questo processo insieme al professore dell’Università di Perugia, vicepresidente della International Diabetes Federation, consulente della Organizzazione Mondiale della Sanità, instancabile ‘lobbysta’ per gli interessi delle persone con diabete presso governi e istituzioni come il Parlamento e la Commissione europea.

Aumentano le evidenze scientifiche sull’importanza dell’autocontrollo della glicemia nelle forme di diabete non trattate con insulina. L’autocontrollo continua a dare frutti?
Certamente. I lettori della glicemia hanno avuto e hanno un impatto profondo, hanno cambiato il modo di fare diabetologia in tutto il mondo e in maniera irreversibile. Ma questo è avvenuto attraverso varie tappe. E sta continuando tuttora con un’accettazione sempre maggiore del loro ruolo in tutte le forme di diabete, per motivi diversi, con schemi diversi.

Lei ha iniziato a occuparsi di diabete trent’anni fa. Come era ‘prima’ dell’autocontrollo?
‘Prima’ il diabetologo lavorava... alla cieca. Se il paziente non era ospedalizzato si valutava la presenza di glucosio nelle urine e si misurava la glicemia a digiuno il giorno della visita. Il che non serviva – e non serve – a nulla. Il fatto stesso di recarsi in ambulatorio ha reso poco indicativa quella giornata. Per queste ragioni negli anni ’70 la diabetologia chiese alle aziende di produrre strumenti che consentissero ai pazienti di misurare in casa loro la glicemia. E questi strumenti arrivarono. Furono i pazienti per primi ad accorgersi che queste glicemie potevano insegnare loro qualcosa.

Insomma furono i pazienti a cogliere la potenzialità educativa dell’autocontrollo?
Esatto, furono loro a imparare, a chiedere di saperne di più. Le Associazioni fra pazienti ben aiutati da medici e infermieri fecero molto in questo senso. A quel punto un numero sempre maggiore di diabetologi capì che si poteva fare perno sull’autocontrollo per trasformare radicalmente il modo di fare diabetologia. Iniziarono a insegnare alle persone con diabete, dapprima solo a quelle con diabete di tipo 1, non solo a usare l’autocontrollo per capire cosa era successo nel loro organismo ma anche a intervenire sulla glicemia modificando la terapia: qualche unità di insulina in più o in meno sopratutto, con l’arrivo delle ultrarapide, che consentono di correggere con precisione l’iperglicemia.

Questo è normale oggi...
Finalmente seguiamo il diabete in una maniera adeguata. Il diabetologo si riserva le scelte strategiche sullo schema terapeutico e l’impostazione del dialogo con il paziente; l’infermiere e la dietista seguono la formazione. E il paziente è sul campo a interpretare lo schema adattandolo a se stesso, perché solo lui conosce – se è formato a farlo e se dispone dei dati – come reagisce il suo organismo. È la vera autogestione del diabete. A questo si aggiunge il ruolo dell’autocontrollo nella diagnosi delle ipoglicemie.

Questo vale anche per le persone che non fanno insulina?
Io ho una opinione chiara in proposito. L’autocontrollo della glicemia è necessario anche nel diabete non trattato con insulina. Certo questa necessità nasce da motivi in parte diversi. Dico in parte perché – per dire una cosa di cui si parla ancora poco – l’ipoglicemia è un problema serio anche nel paziente che non fa insulina, soprattutto nell’anziano.

Perché è serio?
Prima di tutto perché è difficile da diagnosticare. Nell’anziano l’ipoglicemia e anche l’iperglicemia si manifestano in forme che possono essere scambiate facilmente per ‘vecchiaia’. Un figlio ha bisogno di una striscia per capire se la mamma anziana con diabete di tipo 2, che una sera appare un po’ assonnata, ha la glicemia a 50 o magari a 400, o è davvero assopita.

Ma capita di rado che una persona non insulinodipendente abbia serie conseguenze per un’ipoglicemia...
Lei dice? In senso stretto ha ragione. La persona con diabete di tipo 2 va di rado in coma ipoglicemico, ma corre gravissimi rischi per la reazione vigorosa del suo organismo all’ipoglicemia, si tratta di una ‘iniezione’ di adrenalina, cortisone e altri ormoni che alzano la pressione, la glicemia e danno una ‘botta’ al cuore. Questo stress può essere la ‘goccia che fa traboccare il vaso’ e porta un paziente a rischio verso un infarto o un ictus. Quanto spesso accade? Non lo sapremo mai perché quando l’evento vascolare si verifica l’ipoglicemia è già terminata. In ogni caso l’obiettivo più importante dell’autocontrollo nel paziente non insulinotrattato è proprio l’educazione. La persona con diabete che sa controllare la sua glicemia e lo fa in modo intelligente impara a capire come reagisce a certi stimoli.
La sua terapia prevede solo attenzione all’alimentazione ed esercizio fisico? Benissimo, ma se voglio andare oltre l’approccio prescrittivo devo convincere il paziente che quel piatto invece dell’altro, quella attività invece della sedentarietà, hanno effetti misurabili sul suo diabete. E se non ho l’autocontrollo come faccio?

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Ultima modifica: luglio 2006

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