
Paola Pisanti si occupa di tutela assistenziale del malato cronico
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Uscire dall’ospedale
Il luogo della cura nella malattia cronica è il territorio, il contesto dove vive la persona con diabete. All’Ospedale vanno riservati gli interventi intensivi, mentre il cuore dell’assistenza e gli investimenti sono patrimonio di ambulatori specialistici, medici di Medicina generale e altre strutture di assistenza che operano a fianco del paziente.
Il territorio è il luogo dove si deve svolgere l’assistenza al paziente cronico; un percorso di assistenza concordato e condiviso fra i vari attori del sistema è il modo migliore per realizzarla. Il paziente deve essere al centro di questo percorso. Paola Pisanti, presidente della Commissione nazionale Diabete e alto funzionario del Ministero della Salute, ha le idee chiare e le condivide con i lettori di Modus. Da qualche anno sono aumentate le risorse del fondo sanitario nazionale destinate alla cosiddetta Sanità territoriale, vale a dire all’insieme delle strutture di cura esterne all’Ospedale. «Una svolta storica», commenta Paola Pisanti, medico igienista specializzata in organizzazione dei Servizi sanitari di base, lavora dal 1994 presso la Direzione generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute.
Paola Pisanti, che è stata medico sia di base sia ospedaliero, sostiene la necessità di un cambiamento di rotta riguardo al modello assistenziale che la Medicina ha intrapreso da molti decenni: la tendenza a curare il paziente secondo il modello della malattia acuta, «quando invece oggi la domanda di salute si orienta sempre di più sulla malattia cronica».
Il sistema sanitario nazionale è all’altezza della sfida posta dall’aumento delle malattie croniche?
Non ancora. La riduzione delle patologie acute e l’aumento di quelle croniche, per quanto forse prevedibile, ha colto di sorpresa e chiede un cambiamento di cultura a tutti: ammini-stratori e medici, forse solo gli infermieri hanno una formazione o comunque un ruolo compatibile con le esigenze di assistenza che caratterizzano la cronicità.
Facciamo un esempio del cambiamento culturale che la malattia cronica richiede.
Il medico è abituato a risolvere il problema, meglio se da solo e in poco tempo. Questa logica va benissimo al Pronto soccorso; nella malattia cronica parte del lavoro del medico consiste proprio nel collegarsi con altri operatori all’interno e all’esterno della sua struttura e soprattutto nel dialogo con il paziente. È un modo completamente diverso di intendere il proprio ruolo. Deve accompagnare il paziente, non risolvere il problema al suo posto.
Cosa fa il Ministero della Salute per il diabete?
Noi cerchiamo di seguire tutte le condizioni croniche che incidono sulla qualità di vita del paziente. E sicuramente il diabete è tra queste patologie, oltre a essere una delle più diffuse: i soli tesserini di esenzione rilasciati per diabete sono 1,6 milioni. I pazienti diagnosticati sono molti di più. È probabilmente la patologia con il maggiore tasso di crescita, ma soprattutto è quella di cui conosciamo meglio i modelli assistenziali grazie all’attenzione particolare che la Diabetologia italiana ha dato al tema della programmazione sanitaria, sappiamo cosa dobbiamo misurare per capire l’impatto che un tipo di organizzazione sanitaria può avere sull’andamento del problema.
Il modello di gestione della malattia non cambia molto da condizione a condizione. E possiamo dire che i modelli assistenziali per la maggior parte delle patologie croniche possono essere realizzati sulla falsariga di quello che si sta elaborando per il diabete. Insomma la Diabetologia è l’avanguardia nella risposta assistenziale e organizzativa alla malattia cronica.
Il diabete si cura con l’organizzazione?
Sicuramente sì. E per una semplice ragione. Nella patologia cronica la cura deve essere continuativa. Prima di tutto deve avvenire dove il paziente vive, sul territorio, come diciamo in gergo sanitario; in secondo luogo avviene interpellando figure molto diverse che devono quindi collegarsi l’una all’altra, senza sovrapposizioni ma anche senza ‘buchi’. Queste figure sono il medico di medicina generale o il pediatria di base, lo specialista ambulatoriale con i suoi Team, gli operatori del distretto, gli assistenti sociali e così via. Soggetti diversi le cui prestazioni devono essere integrate. L’Ospedale dovrebbe riservarsi l’intervento acuto che può rendersi necessario per esempio su una complicanza. La tutela assistenziale richiede una presa in carico globale del paziente con una forte integrazione tra risorse territoriali e ospedaliere.
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Ultima modifica: novembre 2006
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