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Uscire dall’ospedale
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Uscire dall’ospedale

Per curare una patologia cronica non è necessario ospedalizzare il paziente: una buona organizzazione territoriale può fare molto.

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In Italia il diabete è seguito da una rete ‘speciale’ di strutture, i Centri di diabetologia, Centri antidiabete. Sono strutture ospedaliere o territoriali?
Quella dei Cad è stata una soluzione originale, prevista dalla legge 16 marzo 1987 n. 115, e preveggente, che si è mostrata molto utile, tanto che è studiata da diversi Paesi esteri. I centri antidiabete, detti anche servizi specialistici diabetologici ambulatoriali, hanno collocazione ospedaliera o extraospedaliera. Per garantire un’efficace continuità assistenziale sarà necessaria l’adozione di percorsi integrati tra il medico di medicina generale, il pediatria per la diabetologia dell’età evolutiva, il Centro di diabetologia ospedaliero o extraospedaliero e l’Ospedale, inteso come momento di ricovero. L’adozione nel territorio del ‘modello per la malattia cronica’ potrebbe rappresentare una risposta efficace per rispondere ai problemi del malato con diabete. Già molte Regioni stanno cercando di spostare nel territorio risorse e servizi che oggi sono forniti impropriamente dagli Ospedali.

È la logica del percorso diagnostico terapeutico?
Sicuramente. Se il territorio è il luogo dell’assistenza al paziente cronico, il percorso o me-glio gli standard di cura sono il modo attraverso cui realizzarla. Nel piano sanitario 2003- 2005 uno dei dieci progetti strategici era dedicato alla promozione del territorio come sede primaria di assistenza e di governo dei percorsi sanitari e sociosanitari. Il progetto Igea intende costruire alla luce delle conoscenze più moderne percorsi terapeutici chiari e condivisi con il paziente e fra tutti gli operatori.

È il paziente al centro del percorso...
Ovviamente. La diretta partecipazione alle scelte che lo riguardano non è solo un diritto del cittadino, è anche una condizione necessaria. L’empowerment inteso come consapevolezza della situazione, degli obiettivi e delle alternative è necessario al paziente per modificare il proprio comportamento.

Perché il territorio è il luogo della cura nella malattia cronica?
Mi vengono in mente molte risposte. In Ospedale per definizione non si fa prevenzione. Sul territorio sì. Il medico di medicina generale sa bene che fra i suoi compiti c’è la prevenzione, e questo significa tener conto nell’anamnesi dei fattori di rischio del paziente, monitorarli e proporre delle correzioni nello stile di vita ben prima che si manifesti una condizione. Oppure parliamo di compliance: troppo spesso le persone con patologie croniche non seguono interamente le prescrizioni. A volte il paziente smette di frequentare il Centro specialistico. Ma dal medico di medicina generale deve andare comunque. Sul territorio è possibile monitorare quel che succede. Solo sul territorio si può realizzare quella struttura a rete che è necessaria per garantire la continuità delle cure, mettendo in rapporto Enti molto diversi sia legati alla ASL sia, pensiamo, all’assistenza sociale, agli Enti locali. Per non parlare delle Associazioni fra pazienti, delle residenze sanitarie assistite, delle farmacie... e l’elenco potrebbe continuare. Ciascuno ha un suo ruolo.

Cosa sta facendo il Ministero per accelerare la creazione dei percorsi e la identificazione del territorio come luogo della cura?
Tenuto conto che il Ministero ha cambiato il suo ruolo negli ultimi anni, stiamo facendo molto. La prevenzione e l’identificazione dei fattori di rischio sono espressamente previste fra i compiti principali della medicina di base nel contratto quadro siglato con i medici di Medicina generale e i pediatri di base. Nel Piano sanitario nazionale 2006-2008 si dedica grandissimo spazio alla riorganizzazione delle cure primarie e alla necessità di accelerare il riassetto organizzativo del territorio, coinvolgendo maggiormente medici di Medicina generale e pediatri nel governo dei percorsi. Direi che gli strumenti a disposizione ci sono tutti: leggi, indirizzi, principi. Si tratta solo di affrettarsi a tradurre questi concetti in risultati operativi. E in questo vedo un grande alleato nella maturità sia delle Società scientifiche dei diabetologi, della medicina generale e dei pediatri sia delle Associazioni delle altre figure professionali coinvolte nel sistema, e in quella del ricco tessuto delle Associazioni di tutela dei pazienti.

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Ultima modifica: novembre 2006

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