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Marco Comoglio, responsabile del Servizio di diabetologia dell’Ospedale di Moncalieri.
Lavorare in equilibrio

Il lavoro è una necessità per tutti, una piacevole sfida per molti. Non sempre i ritmi e i contenuti delle mansioni rendono facile mantenere il controllo glicemico. Ma le soluzioni esistono...

Diabete e lavoro. Due concetti fino a ieri perlopiù separati. In passato le persone con diabete di tipo 1 non lavoravano o tendevano a scegliere mansioni tranquille mentre il diabete di tipo 2 era diagnosticato in età più avanzata quando la vita lavorativa era ormai al termine. Oggi i tempi sono cambiati. I giovani decidono la loro strada e giustamente pensano che il diabete non debba impedire loro di scegliere un lavoro interessante o di esprimersi al meglio in un contesto competitivo. E il diabete di tipo 2 viene diagnosticato prima dei 50 anni, a volte a 40, quando la persona si trova nel pieno della sua attività lavorativa.
«Di conseguenza un numero sempre maggiore di persone oggi si pone – in vari modi – il problema di conciliare lavoro ed equilibrio glicemico», conferma Pietro Pata, responsabile del Servizio di diabetologia dell’Ospedale Piemonte di Messina; «si tratta di una sfida nuova per i Team diabetologici che devono studiare insieme al paziente la terapia, intesa in senso lato, che meglio si adatta alle sue esigenze anche lavorative».


Pietro Pata, responsabile del Servizio di diabetologia dell’Ospedale Piemonte di Messina.
Lo stress? Un problema forse sopravvalutato.
Se si chiede a un campione di persone con il diabete quale aspetto del lavoro rende loro più difficile mantenere l’equilibrio glicemico, la risposta più frequente sarà ‘lo stress’. «In realtà ci dobbiamo intendere sul termine stress», afferma Marco Comoglio, responsabile del Servizio di diabetologia dell’Ospedale di Moncalieri. Se si intende per stress la reazione dell’organismo a un evento o a una condizione esterna è vero che questo ha delle conseguenze sulla glicemia, in realtà il paziente quando parla di stress generalmente si riferisce al suo rapporto emotivo con l’ambiente di lavoro.
«Lo stress non è il fattore principale», continua Comoglio. «Esistono altre condizioni all’interno delle quali si svolge l’attività lavorativa ad avere un impatto sull’equilibrio glicemico. Per esempio sono molto più ‘pericolosi’ per la glicemia i cambiamenti di orari dettati dai turni, svolti talvolta, anche se non si dovrebbe, in ore notturne, o la variabilità degli orari di lavoro. Nel vissuto dei nostri pazienti è frequente il tornare a casa e cenare una sera alle sette e una alle nove, alzarsi alle cinque per prendere un volo o un treno, ritardare il pranzo a causa di una riunione che si protrae», afferma il diabetologo torinese.

Passi da gigante
Per carità, sono stati fatti passi da gigante in pochi decenni. Oggi è raro trovare ambienti di lavoro malsani o pericolosi che in passato erano la norma soprattutto negli spazi produttivi. «Proprio mentre la società contribuiva a rendere più salubri le fabbriche, la classe medica ha individuato sempre meglio gli aspetti ‘pericolosi’ di un lavoro apparentemente niente affatto pericoloso: il ‘lavoro d’ufficio’», spiega Comoglio che fa parte del comitato di redazione di www.infodiabetes.it, dove ama approfondire con interviste a filosofi e sociologi il contesto di pensiero e sociale nel quale si inquadra l’assistenza alla persona con il diabete. «Oggi il fattore di rischio principale è la sedentarietà del lavoro alla scrivania che rappresenta un subdolo elemento di danno per tutti», sottolinea Comoglio, «in particolare per chi ha il diabete di tipo 2; ma certamente non sono escluse le persone con diabete di tipo 1».
Come si è già detto, elementi di difficoltà per conciliare il lavoro e un corretto andamento della glicemia «sono i tempi e i ritmi della attività lavorativa», nota Comoglio. «I turni per esempio sono deleteri, e non intendo solo i turni di notte ma anche i lavori che prevedono orari diversi in giorni diversi come quelli richiesti dalla grande distribuzione organizzata, o la turnazione diurna con orari a volte mattinieri e a volte pomeridiani».

La sindrome del rappresentante.
Un aspetto sicuramente positivo nell’evoluzione del lavoro è la maggiore responsabilizzazione dei dipendenti, «oggi un gran numero di persone si muovono invitate a riunioni che possono durare fino a tardi o prendono l’aereo all’alba per tornare a casa a notte fonda o seguono corsi ed eventi in giro per l’Italia», nota Pata.
«Spesso questi viaggi hanno un effetto negativo sulla glicemia, sia perché il ritmo e il contenuto dei pasti viene sconvolto, sia per la difficoltà ad applicare un corretto schema farmacologico», riflette Pietro Pata, membro del di-rettivo nazionale della Associazione Medici Diabetologi.
Un’altra sfida proviene dai lavori centrati sulle visite ai clienti (tecnici e rappresentanti) «in particolare per quel che riguarda i pasti», nota Pata, «che a volte vengono saltati, altre volte sono invece particolarmente ricchi perché svolti in occasione di colazioni o cene di lavoro».

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Ultima modifica: luglio 2007

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