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Lavorare in equilibrio
Lavoro e controllo glicemico: qualche piccolo accorgimento e nessun lavoro è vietato.
La tecnologia tuttavia oggi ci fornisce delle soluzioni.
«Le penne permettono di praticare una iniezione di insulina praticamente ovunque», nota Comoglio; «gli analoghi dell’insulina così come i farmaci ipoglicemizzanti a breve durata di azione permettono di adattare la terapia ai ritmi di vita. Un lavoro non sempre prevedibile rappresenta una ragione in più per passare alla terapia insulinica e in particolare per usare al meglio gli analoghi lenti e rapidi. Mansioni che prevedono frequenti viaggi, poi, rappresentano una vera in-dicazione per l’utilizzo del microinfusore», afferma Comoglio.
Diverso il discorso per chi invece può contare su una certa prevedibilità degli orari ma lamenta difficoltà nell’alimentarsi in modo corretto. «Sinceramente queste affermazioni mi suscitano qualche perplessità», dice Comoglio, «è vero che nessuno oggi può permettersi di pranzare a casa per poi tornare al lavoro, ma è altrettanto vero che in tutte le mense aziendali e direi anche in quasi tutte le trattorie e i bar è possibile trovare, attraverso una scelta solo un po’ attenta, gli alimenti per un pasto abbastanza sano ed equilibrato».
Le indicazioni che vengono fornite dai nostri dietisti in occasione di queste problematiche sono finalizzate proprio a dare i suggerimenti giusti perché i pazienti imparino a fare scelte corrette in situazioni non sempre facili.
Protetti dalla legge, ma…
La persona con diabete che sente la propria salute minacciata da un aspetto del suo lavoro ha diversi livelli di tutela legislativi. «Il primo è dato dalla legge 626 che istituisce nelle aziende con oltre 15 dipendenti una figura, quella del Medico Competente, alla quale spetta collaborare con il management dell’azienda in modo da ridurre i possibili contrasti fra la salute di tutti i collaboratori e l’ambiente, le condizioni e i ritmi di lavoro», nota Pietro Pata che è stato fra i quadri sindacali nazionali della Associazione nazionale assistenti ospedalieri; «io consiglio a tutti non solo di informare almeno uno o due colleghi di lavoro istruendoli sul da farsi in caso per esempio di seria ipoglicemia, ma anche di parlare con franchezza al Medico Competente della propria situazione e delle proprie aspettative». Comoglio dà lo stesso suggerimento: «alcuni pazienti però sono restii a dichiarare di avere il diabete, vuoi perché hanno paura di non veder rinnovato un contratto di lavoro o di essere i primi licenziati in caso di ristrutturazione, vuoi perché temono di non poter sviluppare la carriera come desiderano», nota Comoglio; «hanno paura che – in perfetta buona fede – l’azienda li assegni a mansioni meno stressanti ma anche molto meno interessanti. Qualcuno teme di non fare carriera, altri affermano di non avere scelta». Oggi la tipologia dei contratti di lavoro che ha reso più precaria la condizione del lavoratore favorisce il timore che un contratto per motivi di salute, anche pretestuosi, non venga rinnovato.
«Il precariato», afferma Pata, «ha sicuramente degli effetti negativi sulla salute di una persona con diabete. Sia direttamente in termini di stress, sia indirettamente in quanto allontana il momento in cui la persona può avere una casa e una famiglia – condizioni che spesso coincidono con abitudini di vita più regolari».
Tutelati con handicap.
Per chi ha un lavoro ‘fisso’ esistono legislazioni sulla inabilità, sull’handicap e in specifico sul diabete come la legge 115. Queste legislazioni forniscono basi legali sicure in alcuni precisi casi. «La legge tutela molto bene le persone che chiedono una dichiarazione di handicap grave», spiega Pata; «avviene che questo status venga concesso a persone con diabete di tipo 1. Io però tendo a sconsigliarlo. Per gli altri invece le garanzie sono inferiori, soprattutto nel settore privato. Diversamente nel pubblico – a parte il totale rispetto delle leggi – la persona con una condizione cronica può contare anche su ac-cordi integrativi e prassi che tendono a tutelare la salute».
La terapia migliore? Quella che è possibile seguire.
In ogni caso, giusto o sbagliato che sia, posto davanti all’alternativa fra la salute e il lavoro il paziente sceglie quasi sempre il lavoro. «Se in passato il diabetologo prescriveva la terapia migliore in astratto, oggi si parte dal presupposto che il paziente – se ben informato – deve e può scegliere che equilibrio trovare nel rapporto fra lavoro e salute e, quale che sia la sua scelta, il medico deve studiare insieme a lui la terapia che meglio si adatta alla situazione», sottolinea Comoglio, «e intendo terapia in senso lato. In certi casi può dare una mano il microinfusore, in altri gli analoghi, qualche volta può valere la pena di passare all’insulina proprio perché questa compensa meglio certi sbalzi. Il paziente costretto a una vita sedentaria farà bene a modificare le proprie abitudini facendo i piccoli sacrifici di salire le scale a piedi e parcheggiare l’auto lontana, e magari recarsi in palestra o in piscina quanto gli è possibile; chi ha ritmi variabili potrà cercare la tranquillità nel weekend e nelle vacanze e così via».
«Sicuramente», conclude Pietro Pata, «non deve accadere che il giovane, entrando nel mondo del lavoro e trovandosi in difficoltà a mantenere il compenso glicemico, perda il contatto con il suo Team, come invece spesso succede. Il diabetologo non è un giudice: è lì per trovare insieme al paziente, sulla base della sua vita e delle sue scelte, la terapia migliore che non è quella scritta sui libri ma quella che nella vita concreta, anche di lavoro, è possibile seguire».
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Ultima modifica: luglio 2007
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