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Pietro Putignano, responsabile dell’ambulatorio di Diabetologia presso il Presidio Territoriale dell’Azienda Ospedaliera San Gerardo di Monza.
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Il limite dei 100
Cambiare stile di vita e comportamenti per ridurre il rischio di ictus e infarto.
Migliorare l’alimentazione
«Occorre mangiare meno grassi, in particolare limitare i grassi di origine animale ed evitare i grassi transidrogenati (margarina), consumare alimenti ricchi di fibre come pane e pasta integrali, legumi, frutta e verdura; questi ultimi in particolare devono essere presenti in ogni pasto», elenca Forlani.
L’esercizio fisico è un’altra ‘medicina naturale’ di grande importanza. «Esiste per ciascuna persona di ogni età e di ogni condizione di salute un livello di esercizio fisico appropriato; non è necessario scalare montagne o fare corse in bicicletta (che sono comunque splendidi modi di passare il tempo libero): ma anche il semplice camminare 30-60 minuti ogni giorno migliora la nostra fitness cardiorespiratioria, il nostro benessere psicologico», sottolinea il diabetologo del Sant’Orsola. L’esercizio fisico riduce il grasso addominale e quindi – almeno potenzialmente – i trigliceridi, abbassa la pressione e ha un rapporto così stretto con i livelli di colesterolo buono che è possibile considerarlo la ‘glicata dell’esercizio fisico’. Se si aumenta il grado di attività si vede subito un proporzionale aumento del colesterolo HDL», afferma Giaccari.
«L’alimentazione sana e l’esercizio fisico svolto regolarmente hanno un effetto protettivo nei confronti delle malattie cardiovascolari», spiega Forlani, «e questo avviene a qualsiasi livello di compenso metabolico e con qualunque condizione di rischio, direi che funzionano soprattutto nei soggetti sfavoriti dal punto di vista metabolico come diabetici, ipertesi, dislipidemici. Alcune persone spesso abbandonano i buoni comportamenti perché non perdono peso o lo perdono in misura minore rispetto alle attese. A queste persone va detto che alimentazione ed esercizio hanno il loro effetto benefico sulla salute indipendentemente dalla perdita di peso».
La ‘Banda Bassotti’.
Come ridurre il rischio di ictus e di infarti? Per intenderci, possiamo pensare alla sindrome metabolica come a una sorta di Banda Bassotti, una associazione a delinquere fra singole condizioni di rischio. Tutti i libri polizieschi ci insegnano che per sgominare una banda organizzata (la sindrome metabolica) la cosa migliore è seguirne i componenti e cercare di arrestare i capi. I ‘capi’ nella sindrome metabolica sono due: il grasso addominale e l’iperglicemia. Il primo obiettivo è riportare sotto controllo il diabete. «Se riporto in equilibrio la glicemia», spiega Giaccari, «oltre a togliere di mezzo uno dei più gravi fattori di rischio in sé (e a ridurre la probabilità di complicanze) ottengo effetti importanti su tutti gli altri parametri».
Ma subito dopo bisogna intervenire anche sugli altri parametri se non sono rientrati.
Quasi tutte le misure consigliate per il diabete hanno effetti diretti sugli altri parametri della sindrome metabolica. L’esercizio fisico, una alimentazione sana e moderata ma anche farmaci come la metformina (un farmaco che proprio in questi mesi compie i 50 anni dalla sua ‘scoperta’ e che è tuttora considerato tra i migliori per diminuire l’insulino resistenza) e i glitazoni, che trasformano il grasso addominale ‘cattivo’ in grasso sottocutaneo ‘buono’.
Cambiare stile di vita
L’estetica non ci guadagna e la bilancia sembra dare cattive notizie ma il rischio di infarto e ictus diminuisce, e questo è quello che conta.
«Un intervento sullo stile di vita è in grado di riportare verso la normalità trigliceridi elevati, basso colesterolo HDL, ipertensione, iperglicemie e obesità viscerale» aggiunge Forlani, marchigiano di origine ma residente da tempo a Bologna dove si è laureato e specializzato.
«Spesso però è necessario ricorrere anche alla terapia farmacologica. I trigliceridi si riducono se si modera l’apporto di grassi, di alcol e di zuccheri semplici e se si abbandona la sedentarietà. Esistono farmaci che possono dare un aiuto decisivo, in particolare i fibrati, le statine e gli acidi grassi omega-3. Per elevare significativamente bassi livelli di colesterolo HDL una medicina sicuramente efficace è l’attività fisica e, anche se non esiste al momento un farmaco specifico, le statine e i fibrati in qualche misura esplicano un effetto positivo. Per portare la pressione all’ambizioso obiettivo di 130 di massima e 80 di minima, consigliato alle persone con diabete, oltre a una alimentazione povera di sale e a una attività fisica regolare, è spesso necessario ricorrere a farmaci e in particolare agli ace-inibitori e sartanici. Infine è importante per un paziente con un alto rischio di eventi cardiovascolari una terapia antiaggregante piastrinica, la classica aspirina a basso dosaggio».
Troppe pillole? Parliamone!
Sommando una terapia all’altra, succede che una persona con diabete e sindrome metabolica debba prendere ogni giorno una mezza dozzina o una decina di pillole. «Si tratta di farmaci ben sopportabili e privi di effetti collaterali seri se usati in modo appropriato; in generale non succede nulla di grave se per un giorno ci si dimentica di assumere il farmaco per la pressione o per il colesterolo, ma è importante seguire la terapia con regolarità», ricorda il diabetologo di Bologna, «perché la prevenzione del danno cardiovascolare si basa sulla assunzione continuativa dei farmaci nel corso degli anni. Si tratta certamente di una routine un po’ noiosa ed è difficile rassegnarsi a seguirla per tutta la vita pur in assenza di sintomi».
Forlani sa bene che, se la persona con diabete e il suo medico non si parlano con chiarezza, è molto probabile che il paziente finirà prima o poi per non rispettare la terapia, si autoridurrà il dosaggio o smetterà di assumere uno o più dei farmaci prescritti.
«Bisogna quindi creare un clima di ascolto e fiducia. Al medico il compito di spiegare il problema, in altre parole quali sono i vantaggi e gli svantaggi di fare o non fare una certa terapia, quale è l’obiettivo da raggiungere con quel farmaco e perché quell’obiettivo è importante. Il paziente deve invece confidarsi con il medico e riferire tutte le proprie perplessità e le difficoltà che incontra nel seguire la terapia».
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Ultima modifica: luglio 2007
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