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Poco diabete? Molti controlli

Lavoro e controllo glicemico: qualche piccolo accorgimento e nessun lavoro è vietato.

Prima e dopo.
Enzo Bonora chiede a tutti i suoi pazienti di misurare la glicemia immediatamente prima e due ore dopo un pasto. Queste ‘coppie’ non vanno fatte necessariamente ogni giorno e a ogni pasto, «in alcuni casi vanno benissimo gli schemi a scacchiera in cui, un giorno della settimana (ad esempio lunedì) si controlla cosa succede con la colazione, un altro giorno (ad esempio mercoledì) con il pranzo, e un altro giorno (ad esempio venerdì) con la cena. Con poche misurazioni alla settimana – ovviamente potrebbero essere di più o di meno a seconda del tipo di diabete, di quanto complessa è la terapia, di quanto ben controllato è il diabete, ecc. – il paziente e il diabetologo possono capire se le glicemie sono ai livelli desiderati nel corso di tutta la giornata», nota Bonora.
Molte persone con diabete sono abituate a misurare la glicemia ‘prima’, solo di rado dopo: «non va bene: prima di tutto perché uno degli obiettivi della terapia è proprio mantenere la glicemia postprandiale sotto i 160 mg/dl; in secondo luogo perché il medico deve sapere se questo obiettivo è stato raggiunto», sottolinea De Micheli. Il dato postprandiale serve proprio «per valutare l’effetto delle scelte fatte e per impostare eventuali variazioni della terapia», spiega Bonora.

Il concetto di variabilità glicemica.
I picchi postprandiali sono comunque tra gli elementi che compongono la variabilità glicemica: ci sono persone con diabete che hanno sempre la glicemia alta ma senza grandi variazioni tra un momento e l’altro della giornata, e persone che invece esprimono una importante variabilità glicemica nel corso della giornata, soprattutto in occasione dei pasti.
«Indipendentemente dall’emoglobina glicata, i diabetici con maggiore variabilità della glicemia dopo i pasti, nel tempo hanno una maggiore probabilità di sviluppare eventi cardiovascolari rispetto a quelli che mostrano una maggiore stabilità dei valori glicemici e contenuti rialzi dopo i pasti», ricorda Bonora.

Importante per il paziente.
«L’automonitoraggio è sempre più decisivo per il medico e rimane importante per la persona con diabete», sottolinea Alberto De Micheli, «le glicemie postprandiali sono quelle che il paziente può controllare meglio, quelle che dipendono maggiormente dalle sue scelte. Se sa ‘leggere’ i dati dell’automonitoraggio, la persona con diabete può davvero toccare con mano l’effetto dei consigli nutrizionali o di vita che gli sono stati dati».

Per scegliere la terapia giusta.
Per il medico disporre di dati sull’autocontrollo significa poter scegliere la terapia appropriata per quel paziente. Il ventaglio delle scelte terapeutiche a disposizione del medico si sta ampliando con l’introduzione di nuovi farmaci orali.
«Sapere che un paziente ha 7 o 8% di glicata non aiuta troppo a capire quale farmaco prescrivergli», illustra Bonora. «Per ogni farmaco orale ci sono pazienti che rispondono poco o nulla alla terapia e altri che rispondono con ridu-zioni anche del 2% o più di emoglobina glicata. L’automonitoraggio aiuta moltissimo a capire se la risposta al farmaco è adeguata e se gli obiettivi glicemici sono raggiunti, comprese le glicemie preprandiali e postprandiali».
«Da ultimo, un accurato set di misurazioni, non solo permette di prescrivere i farmaci nella maniera più appropriata, ma aiuta anche a mostrare al paziente come funzionano i farmaci e a fargli capire che con certi alimenti le glicemie aumentano troppo o, al contrario, che può permettersi di mangiare certi cibi perché la glicemia non ne risente più di tanto», ricorda Bonora. «Questo momento educativo è molto importante perché quando si gestiscono malattie croniche il paziente deve essere convinto della terapia che gli si chiede di seguire e dell’importanza di un certo stile di vita».

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Ultima modifica: novembre 2007

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