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Nerina Dirindin, docente di Economia sanitaria all’Università di Torino ha coordinato il gruppo di lavoro del Ministero della sanità per la predisposizione del Piano sanitario nazionale 1998-2000. Nel 1999-2000 è stata nominata Direttore generale del Dipartimento della Programmazione del ministero della Sanità. Dal 2003 è assessore all’Igiene e Sanità e dell’Assistenza Sociale della Regione autonoma Sardegna.
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Cambiare la testa
Come docente ha studiato a lungo i sistemi sanitari italiani e mondiali, come alto dirigente del ministero in passato ha steso progetti e programmi quadro. Ora, come assessore regionale, Nerina Dirindin dispone delle leve operative per adeguare l’assistenza alla malattia cronica. Operando in quale direzione?
«In un paese sempre più anziano, la cura delle malattie croniche è compatibile con le risorse economiche a disposizione?»
L’assessore ascolta la domanda, assume una espressione scettica e lancia la provocazione: «Ma siamo sicuri che la difficoltà di dare una risposta corretta alla cronicità sia economica?». Una risposta sorprendente ma del resto Nerina Dirindin, assessore dell’igiene e sanità e dell’assistenza sociale della regione autonoma Sardegna, non è solo uno dei 21 assessori alla Sanità che gestiscono la quasi totalità della spesa sanitaria pubblica e definiscono in autonomia quasi piena l’assetto da dare al sistema sanitario. È anche, anzi soprattutto, uno dei massimi esperti italiani di economia del servizio sanitario pubblico, materia che ha insegnato all’Universita di Torino e sulla quale ha scritto numerosi libri e articoli.

Graziella Bruno, diabetologa presso il Servizio di diabetologia dell’Ospedale San Giovanni Battista Molinette, e docente di Medicina Interna all’Università di Torino. Consigliere nazionale e coordinatore del Comitato socio-sanitario della SID.
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Ma come? Lo dicono tutti: la popolazione invecchia, le malattie croniche aumentano, i costi quindi salgono.
L’invecchiamento della popolazione è solo una delle cause, e non la più importante, dell’aumento dei costi della salute. Circa due terzi della spesa sanitaria pro capite nel corso della vita di un cittadino avviene negli ultimi diciotto mesi di vita. E questo vale indipendentemente dalla causa di morte o dall’età dell’evento.
È il caso di dire che vendiamo cara la pelle!
Se si esclude proprio la fase finale, il cittadino non costa poi molto alla collettività, anche se ha una patologia cronica. Ciò detto, la sfida che le malattie croniche ci pongono è enorme e non sarà facile trovare la risposta. Dobbiamo riconvertire e stiamo riconvertendo in Sardegna, in Italia e in Europa, un sistema che era nato e si era sviluppato unicamente per curare le malattie acute, le infezioni, i traumi e che oggi si trova davanti una domanda rappresentata per la grande maggioranza dalle malattie croniche. Ma questo si pone anche, forse soprattutto, per un problema culturale.
Che cosa intende dire?
Che immagine abbiamo tutti noi di un ‘medico’? È una persona che guarisce il paziente dalla malattia. Lo fa da solo, senza aver bisogno della collaborazione del paziente. È un’immagine gratificante che i medici condividono prima di scegliere questa professione. Oggi però un medico ha a che fare sempre più spesso con una malattia che non può guarire e che non può gestire da solo: ha bisogno della collaborazione del paziente e di molti altri attori. Nella cronicità il curante deve mettersi dalla parte dell’altro, cercare di capire di cosa ha bisogno e aiutarlo a far si che lui sviluppi queste risorse. Tutto questo è assimilato in altri campi, per esempio nell’assistenza sociale, molto meno in Medicina.
Esiste però anche un problema strutturale.
Certo. Ma a questo si sta dando risposta. La Sardegna, come molte regioni, sta trasferendo risorse dagli ospedali al territorio. Questo si fa, è quasi un luogo comune ma bisogna anche chiedersi: il territorio è preparato? Detto in altre parole, la malattia cronica va affrontata in un’ottica socio-sanitaria e non solo sa-nitaria. E qui noi italiani siamo in difficoltà perché il nostro welfare ha dato qualche soldo ma pochi servizi e ha cercato di rispondere a molti aspetti della cronicità attraverso strutture specializzate, che ‘separano’ il paziente dal suo contesto, laddove oggi si preferisce investire sulla multidisciplinarietà e dare strumenti al contesto in cui la persona vive. In Sardegna è possibile invertire il processo.
Perché? Cosa avvantaggia la Sardegna?
Questa regione ha sempre avuto una sensibilità particolare per l’aspetto sociale, ha sviluppato forme di aggregazione e di solidarietà, di comunità. Inoltre ha il vantaggio che i campi di intervento della salute e assistenza sociale fanno capo alla stessa struttura decisionale.
Ma la gestione integrata, i Percorsi…?
Certo, quella è la strada. La persona con malattia cronica ha bisogno di più attori e questi attori devono muoversi in rete anche se si trovano in punti diversi. Ci deve essere un regista della cura, noi li chiamiamo ‘punti unici di accesso’, ma ci devono essere anche comunicazione e disponibilità. Non possono essere i pazienti a mettere in contatto i vari attori della loro cura.
Sotto il profilo organizzativo quali cambiamenti sono in atto in Sardegna?
Stiamo ridefinendo la rete delle Unità operative di diabetologia sul territorio, abbiamo reso omogenea la distribuzione di farmaci o presidi per il diabete che ora in tutta la regione avviene tramite le farmacie. Questo è relativamente facile. Disegnare strutture efficienti è possibile: è cambiare la mentalità, essere disponibili a rivedere il proprio ruolo che è difficile.
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Ultima modifica: novembre 2007
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