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Bisogna stare attenti anche alla pressione che spesso si accompagna spesso all’iperglicemia.

Come cambia la gestione del diabete con l’uso del microinfusore.

Questione di millimetri.
Le persone con diabete – e a dire il vero non solo loro – dovrebbero misurare la pressione durante ogni visita medica e comunque ogni sei mesi. Se i valori non sono perfetti, le misurazioni vanno ripetute ogni tre mesi.
Ma che cosa si misura esattamente? La pressione arteriosa è la pressione esercitata dal sangue, pompato con forza dal cuore, sulla parete delle arterie che distribuiscono il sangue nell’organismo. La pressione massima o sistolica, corrisponde al momento in cui il cuore pompa il sangue nelle arterie; la pressione minima o diastolica corrisponde alla pressione che rimane nelle arterie nel momento in cui il cuore si ricarica di sangue per il battito successivo. La pressione si misura in millimetri di mercurio (mmHg).
«Molte persone mi chiedono: ‘Quanto deve essere la pressione?’ la risposta è semplice: più bassa è, meglio è», spiega Mancia; «il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari cresce con l’aumentare dei valori pressori. Un soggetto con valori di pressione sistolica di 120 mmHg (considerati assolutamente normali) ha comunque un rischio cardiovascolare leggermente superiore a chi presenta una pressione sistolica di 110 mmHg. La domanda quindi deve essere: quali valori sono abbastanza alti da rendere necessario un intervento anche farmacologico?».
Le risposte sono differenziate: «un valore pressorio inferiore a 140/90 mmHg è l’obiettivo terapeutico per chi non ha altri fattori di rischio cardiovascolare oltre l’ipertensione e non presenta danni d’organo», afferma Mariella Trovati. «L’obiettivo terapeutico è più rigoroso nei soggetti con diabete e lo è ancor più in presenza di nefropatia diabetica, in quanto l’ipertensione è in grado di influenzarne negativamente il decorso. Le Linee guida europee 2007 per il trattamento dell’ipertensione arteriosa indicano nei soggetti diabetici un obiettivo pressorio inferiore a 130/80 mmHg, con suggerimento di ridurlo ulteriormente in presenza di nefropatia diabetica con proteinuria superiore a 1 grammo al dì. Alcuni autori indicano un obiettivo pressorio inferiore a 125/75 mmHg in presenza di insufficienza renale, per ritardarne l’evoluzione», continua Mariella Trovati.

Dimagrire e camminare.
Diciamo subito che raggiungere questi obiettivi non è per nulla facile. Sul fronte dello stile di vita, la terapia del diabete e quella dell’ipertensione per molti aspetti si somigliano.
Lasciarsi alle spalle abitudini di vita sedentarie riduce i valori pressori così come l’iperglicemia. «La sedentarietà va in ogni caso abbandonata. Per ottenere apprezzabili benefici metabolici e pressori è opportuna la pratica regolare di una attività fisica aerobica di intensità lieve-moderata: si consiglia, per esempio, una camminata quotidiana di buon passo di 30-60 minuti. Meglio evitare invece l’attività fisica intensa», consiglia la Trovati e prosegue «anche dimagrire aiuta a ridurre i valori pressori. È talora sufficiente raggiungere e mantenere un dimagrimento del 10% rispetto al peso iniziale – per esempio da 90 a 81 chili o da 78 a 70 chili – per ottenere una significativa riduzione del rischio cardiovascolare».

Meno sale, più scendi.
Per quel che riguarda la dieta, avere la pressione alta è una ragione di più per ridurre il consumo di grassi: carni rosse per esempio, burro e formaggi. A questo si aggiunge una raccomandazione specifica: il sale trattiene i liquidi nel corpo e quindi aumenta la pressione del sangue. Bisogna quindi limitare salumi, formaggi e molte preparazioni del commercio ricche di sale, aggiungerne pochissimo a tavola e poco in cottura. All’inizio si avrà la sensazione di mangiare insipido, ma il gusto presto si adegua e ritrova la sapidità persa.

Con le pillole va giù.
«Nella maggior parte dei casi, lo stile di vita è insufficiente a raggiungere i rigorosi obiettivi pressori indicati dalle linee guida ed è indispensabile il ricorso alla terapia farmacologica, talora con più farmaci», ricorda Mariella Trovati. Esistono diverse categorie di farmaci che contribuiscono ad abbassare la pressione. I farmaci di prima scelta sono quelli che bloccano il sistema renina-angiotensina, i calcio-antagonisti, che impediscono l’entrata di calcio nelle cellule muscolari delle arteriole e riducono l’eccessiva costrizione arteriolare, i betabloccanti, gli alfabloccanti e gli antiadrenergici centrali, che riducono a vari livelli la risposta circolatoria agli stimoli del sistema nervoso simpatico e i diuretici.
«I farmaci che bloccano il sistema renina-angiotensina, per esempio gli Ace-inibitori riducono l’ipertrofia cardiaca che non è rara nelle persone sovrappeso e/o con diabete, controllano l’evoluzione della placca e hanno un effetto protettivo sui glomeruli anche se non è chiaro se questo effetto sia dovuto al calo della pressione o sia anche indipendente», nota Mancia.
Non sempre, anzi, di rado è sufficiente un solo farmaco per ottenere un buon controllo pressorio; spesso si deve ricorrere a una terapia di associazione, che prevede l’assunzione di due o più farmaci. Si inizia con un farmaco, si verifica l’effetto, aspettando che passi l’iniziale sensazione di stanchezza e di ‘calo di pressione’. Se la risposta non è soddisfacente se ne associa un altro e poi un terzo fino al raggiungimento del controllo pressorio ottimale.

Troppe pillole?
«Tante... ma non troppe. Più farmaci si hanno, più cresce la possibilità di trovare quello efficace nel singolo paziente. Inoltre i farmaci per la pressione sono sicuri, hanno effetti collaterali rari ed in genere moderati e comunque reversibili non appena si interrompe l’assunzione. Si tratta peraltro di una terapia che va seguita per tutta le vita in modo ordinato, anche se i farmaci moderni perdonano ritardi o anticipi nell’assunzione di un’ora o due» dice Giuseppe Mancia.
«E i risultati di un buon controllo pressorio sono notevoli», conclude Mariella Trovati; «per ogni riduzione della pressione arteriosa sistolica di 10 mmHg si osserva una riduzione dell’11% del rischio di infarto miocardico e del 13% nelle complicanze microvascolari del diabete. Mi pare che ne valga la pena, no?».

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Ultima modifica: novembre 2007

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