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Salvatore Rapisarda, responsabile del Servizio territoriale di Medicina interna della Usl 7 di ragusa, laureato e specializzato in Diabetologia e in medicina interna a Catania
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Terza età terapia ‘personalizzata’
Sempre più persone anziane sviluppano il diabete. La proposta del Team diabetologico varia a seconda del quadro clinico generale e del contesto in cui la persona con diabete vive.
Il diabete tipo 2 non si chiama più da tempo ‘diabete dell’anziano’, ma è un dato di fatto che l’età media delle persone trattate nei Servizi di diabetologia italiani è vicina ai 70 anni. Il «diabete diagnosticato è presente nel 8-12% della popolazione anziana, una quota considerevole», spiega Sergio Leotta, responsabile dell’Unità complessa di Dietologia e Malattie metaboliche dell’Ospedale Pertini di Roma. «Il 6% degli anziani sviluppa il diabete nella terza età e deve quindi modificare le sue abitudini di vita, mentre i diabetici divenuti anziani sono abituati, in qualche modo, alla malattia e richiedono ‘solo’ revisioni costanti e periodiche della terapia e degli obiettivi terapeutici» continua Leotta.

Annalisa Giancaterini, diabetologa presso la sede di Cusano Milanino del Centro di attenzione al diabetico dell’Ospedale San Gerardo di Monza, fa parte del Gruppo di studio Percorsi assistenziali dell’Associazione medici diabetologi.
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Una cultura dell’attenzione.
Le campagne di sensibilizzazione realizzate in questi anni da Diabete Italia e dalle Associazioni dei pazienti stanno dando i loro frutti. «Sempre più persone controllano periodicamente la loro glicemia e fra i medici di Medicina generale c’è maggiore attenzione alla diagnosi precoce e alla prevenzione delle complicanze», commenta Annalisa Giancaterini, diabetologa presso il Centro di attenzione al diabetico di Cusano Milanino. «Per molti medici di base è diventato normale prescrivere un controllo della glicemia a tutte le persone sopra una certa età e, se questa è lievemente alterata, prescrivere una visita di controllo specialistica o intervenire per normalizzarla».
Se una volta la diagnosi di diabete veniva effettuata principalmente a partire dagli esiti gravi di una complicanza (infarto del miocardio, insufficienza renale, retinopatia grave), «oggi capita spesso di accogliere alla prima visita pazienti anziani che hanno il diabete ma non hanno ancora sviluppato serie complicanze» afferma Leotta. Questo non significa che i problemi siano risolti o ridotti. «La persona anziana arriva alla diagnosi quasi sempre con condizioni metaboliche associate al diabete: anomalie dei grassi nel sangue, trigliceridi e/o colesterolo elevato, un eccesso ponderale, una ipertensione» spiega Leotta, «a questo punto l’obiettivo del diabetologo non si limita a riportare sotto controllo la glicemia ma, più in generale, a migliorare lo stato di salute e la qualità di vita della persona, tenendo sotto controllo tutti gli aspetti del rischio cardiovascolare».
Obiettivi su misura.
Come? Le Linee guida sono chiare al riguardo: il trattamento del diabete si basa fondamentalmente sulla correzione delle abitudini alimentari, sull’esercizio fisico moderato e costante e sull’uso di farmaci specifici che hanno come obiettivo il riportare nei limiti la glicemia, la pressione arteriosa, i trigliceridi, il colesterolo LDL e di innalzare il colesterolo buono HDL. Nella pratica clinica la prescrizione appropriata ha origine dalla valutazione del grado di efficienza psicofisica del singolo paziente «e della sua capacità e volontà di cambiamento» ricorda il diabetologo romano. «Il medico si presenta all’anziano con un ventaglio di terapie possibili ma sceglie insieme a lui quella più adatta, sulla base di un dialogo e di una valutazione multidimensionale che non può prescindere dalla valutazione delle capacità cognitive, comportamentali e motorie».
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Ultima modifica: marzo 2008
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