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Sergio Leotta, responsabile dell’UOC di Dietologia e Malattie metaboliche dell’Ospedale Pertini di Roma. E’ stato consigliere nazionale dell’Associazione medici diabetologi e ha coordinato il Gruppo di lavoro Alimentazione e diabete
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Terza età terapia ‘personalizzata’
Conoscere l’anziano
«Per impostare una corretta terapia, il diabetologo deve comprendere molto della persona anziana», spiega Salvatore Rapisarda, responsabile del Servizio territoriale di Medicina interna della Usl 7 di Ragusa, «ovviamente deve conoscere il suo stato di salute complessivo e avere un’idea della rete sociale su cui l’anziano può contare – parenti, amici e vicini di casa – al fine di poter ottenere un’adeguata adesione al piano terapeutico consigliato. Ma non è sufficiente: occorre capire quale sia il suo grado di autonomia ed effettuare una valutazione funzionale della sua capacità cognitiva».
«Da questa valutazione discendono gli obiettivi che variano da persona a persona, anche a parità di quadro clinico», continua Annalisa Giancaterini, «davanti a una persona anziana, aperta al cambiamento, disposta a controllare a domicilio la sua glicemia e a intervenire, se necessario (per esempio per una ipoglicemia), posso dare degli obiettivi ambiziosi di controllo glicemico». È importante fornire un adeguato supporto informativo ed educativo che permetta al paziente di acquisire non solo le conoscenze di base sulla malattia, ma anche gli strumenti per individuare rapidamente le eventuali urgenze e poter intervenire in modo corretto. «È comunque necessario disporre di percorsi di verifica e monitoraggio delle conoscenze e delle abilità nei pazienti che possono modificarsi nel tempo».
L’approccio educativo può costituire una novità per il paziente: «Non dimentichiamo che la persona anziana, più di tutti, deve essere motivata a seguire le indicazioni terapeutiche proposte dal diabetologo, dal quale si attende delle indicazioni chiare e precise, dei divieti magari, ma non è sempre pronta ad assumersi la responsabilità di gestire ‘in proprio’ la malattia», ricorda Rapisarda.
Correggere un’alimentazione spesso squilibrata.
Il consiglio più semplice, un’alimentazione sana e varia, per molti anziani rappresenta un ostacolo: «la maggioranza di loro mangia sempre gli stessi alimenti, magari concentrati tutti in un pasto», racconta Rapisarda. «Non è raro riscontrare anche seri casi di malnutrizione negli anziani, soprattutto in quelli che vivono soli», aggiunge Leotta, «di solito per ragioni economiche o per difficoltà legate alla masticazione, mangiano molti alimenti contenenti zuccheri semplici e grassi ma pochissime proteine e assumono poche fibre e vitamine». Ancora più complesso è proporre di abbandonare la sedentarietà. L’anziano, a differenza del giovane e della persona matura, avrebbe tempo da dedicare all’esercizio fisico ma ritiene che il movimento non faccia per lui.
«L’esercizio fisico prudente e graduale favorisce il compenso metabolico, migliora la funzionalità cardiovascolare e il senso di benessere, per questo deve essere consigliato e incoraggiato. Inoltre l’attività fisica può aiutare a mantenere in efficienza l’apparato muscolare e osteoarticolare. L’equilibrio e la motilità degli arti sono fattori fondamentali, tanto che è possibile notare che le persone con diabete che conducono una vita sedentaria vanno incontro a cadute e fratture più frequentemente di quelle che fanno movimento», ricorda Rapisarda.
Terapie: quali prescrivere?
Per trattare contemporaneamente i diversi aspetti della sindrome metabolica occorrerebbe prescrivere numerose medicine. Il diabetologo deve fare delle scelte anche in questo caso. «Non sempre, per il diabetologo, la glicemia è l’unico parametro da riportare a norma», nota Annalisa Giancaterini. «Oggi l’anziano è seguito con un approccio simile a quello riservato alla persona più giovane: gli intervalli dei controlli per le complicanze e le prescrizioni sono spesso simili, molti anziani hanno tutte le potenzialità per vivere decenni in piena salute e attività. In alcuni casi però, una terapia inutilmente ambiziosa rischia di essere un ostacolo nella vita di un anziano che cerca di mantenere la sua dignità e autonomia a fronte di risorse fisiche e mentali in riduzione».
Una fragilità improvvisa.
Quella valutazione complessiva cui si accennava all’inizio deve essere spesso rivista. «basta poco: la morte del coniuge, il figlio che va a vivere lontano, una frattura che riduce la mobilità… e la capacità funzionale della persona anziana si riduce drasticamente. A quel punto il diabetologo deve intervenire velocemente per rivedere, insieme al paziente, sulla base delle sue nuove necessità, gli obiettivi e gli strumenti del suo agire», nota la Giancaterini. «Ogni anziano differisce dall’altro. Lo stesso paziente, nel corso del tempo, modifica le proprie esigenze, dipendenti dal quadro clinico in cui si trova», conclude Rapisarda, «noi diabetologi dobbiamo essere medici e non ‘glicemologi’, tenendo presente che l’obiettivo dei nostri pazienti è il raggiungimento del controllo glicometabolico associato a un normale metabolismo energetico, per prevenire le crisi ipoglicemiche e le complicanze metaboliche acute, assicurando loro la migliore qualità di vita possibile. Fanno molto per difenderla e noi possiamo e dobbiamo aiutarli».
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Ultima modifica: marzo 2008
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