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Abbattere il muro tra il dire e il fare
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Il diabete si previene se ci si muove in tempo
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Il fondatore dell’Educazione terapeutica
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Microinfusore tra miti e leggende
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D come depressione
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Terza età terapia ‘personalizzata’
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Sebastiano Squatrito, dirigente dell’Istituto di Medicina interna, Malattie endocrine e del metabolismo dell’Università di Catania e docente di endocrinologia all’Università di Catania.
Il diabete si previene se ci si muove in tempo

Il diabete si cura ma non ‘passa’. È possibile con pochi gesti evitare che colpisca persone a noi care o vicine. Alcune semplici informazioni possono aiutare figli, parenti e amici dando loro la motivazione necessaria per prevenirlo.

Chi legge Modus sa molto sul diabete. È possibile che lo abbia e sia consapevole del fatto che il diabete non si può guarire. «Non tutti sanno però che il diabete Tipo 2 – quello che colpisce i soggetti adulti – si può prevenire», afferma Sebastiano Squatrito, dirigente dell’istituto di Medicina interna, Malattie endocrine e del metabolismo dell’università di Catania, «poche e semplici attenzioni permettono, in molti casi, di rimandare per molto tempo, a volte anche per sempre, l’appuntamento con il diabete».
Questo è importante perché nell’ambito delle nostre conoscenze molte persone potrebbero sviluppare il diabete Tipo 2: figli, per esempio, o fratelli di persone con diabete, hanno un ri-schio superiore agli altri di svilupparlo. «Un rischio, non una certezza», sottolinea Squatrito, «il diabete non è una malattia ereditaria nel senso classico, ciò che si eredita è la predisposizione a sviluppare la malattia».
La persona con diabete, grazie alle conoscenze che ha acquisito, può farsi parte attiva, aiutando i suoi figli, i parenti e gli amici che presentano i tipici fattori di rischio (sovrappeso, sedentarietà) a prevenirlo.

Calcolare il rischio.
Il primo passo è la valutazione del rischio. A pagina 10-11 pubblichiamo un questionario semplicissimo. Basta rispondere alle domande per capire se il rischio che una persona ha di sviluppare il diabete è basso, medio o alto. Vale la pena di sottoporlo ai propri amici e parenti. Ricordiamo, comunque, alcuni dei fattori di rischio visibili ‘dall’esterno’:

  • obesità e sovrappeso
  • avere un parente di primo grado (figlio, genitore, fratello) con diabete Tipo 2
  • consumare molti grassi e molti zuccheri
  • condurre una vita sedentaria (meno di tre ore alla settimana di attività fisica).
    Possono essere campanelli d’allarme anche aver avuto un peso alla nascita superiore a 4 Kg, o, nella donna, avere avuto la comparsa di diabete durante una gravidanza (diabete gestazionale).

    Un test per verificare.
    Le persone a rischio devono per prima cosa verificare se hanno già qualche alterazione della glicemia. Il test più semplice è la glicemia a digiuno. Se la glicemia lontano da ogni pasto:

  • è superiore a 126 mg/dl, il diabete c’è già
  • è inferiore a 110 mg/dl, la situazione è al momento sotto controllo
  • è compresa fra 110 e 125 mg/dl, si ha una ‘alterata glicemia a digiuno’ (IFG), condizione reversibile ma seria che si accompagna a un certo aumento del rischio cardiovascolare ed è comunemente chiamata ‘prediabete’.
    «Nel caso in cui il soggetto sia obeso, sedentario, con un genitore diabetico che presenta pressione alta o colesterolo aumentato, la glicemia a digiuno non è sufficiente per essere tranquilli» avverte Squatrito, che consiglia a questi soggetti, soprattutto se sopra i 45 anni, di effettuare un test specifico, chiamato ‘Curva da Carico di Glucosio’ (OGTT). A persone ad alto e medio rischio è consigliato di controllare anche la pressione arteriosa, i trigliceridi e il colesterolo (soprattutto la frazione LDL).

    Il prediabete.
    Facendo questi test, una persona ad alto o medio rischio ha una forte probabilità di scoprirsi in uno stato di prediabete. Vale quindi la pena di saperne di più su questa condizione.
    Il diabete Tipo 2 ha inizio con una condizione di insulinoresistenza. L’organismo diventa ‘sordo’ all’insulina, così le betacellule presenti nel pancreas devono produrne sempre di più. Allo stesso tempo però, il progressivo aumento della glicemia – e anche di grassi nel sangue – ha un effetto tossico sul pancreas che fa fatica a mantenere i ritmi di produzione. Oltre una certa soglia le betacellule non ce la fanno più: il loro numero inizia a ridursi, la produzione di insulina cala e la glicemia si alza. Questa fase della malattia si chiama prediabete e sembra al momento irreversibile. «Teniamo presente che la diagnosi di diabete arriva normalmente molti anni dopo l’inizio del diabete vero e proprio, quando la massa betacellulare si è già dimezzata», spiega Squatrito, «a quel punto l’obiettivo che possiamo raggiungere è quello di ritardare quanto più è possibile questo circolo vizioso».

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    Ultima modifica: marzo 2008

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