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Abbattere il muro tra il dire e il fare
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Il diabete si previene se ci si muove in tempo
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Il fondatore dell’Educazione terapeutica
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Microinfusore tra miti e leggende
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D come depressione
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Terza età terapia ‘personalizzata’
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Cosa succede durante la notte
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Jean Philippe Assal, fondatore della Divisione di educazione terapeutica per i pazienti all’Ospedale cantonale di Ginevra.
Il fondatore dell’Educazione terapeutica

Intervista a Jean Philippe Assal, ideatore del concetto e fondatore del movimento di Educazione terapeutica, fautore di un approccio diverso nel rapporto fra paziente e Team diabetologico.

Chi da tempo frequenta i Servizi di diabetologia se ne sarà accorto. Alcuni medici e infermieri da qualche anno hanno iniziato a fare domande diverse, a interessarsi maggiormente a quello che succede nella vita del paziente.
Molti diabetologi si sono tolti idealmente il camice e si considerano non solo prescrittori, ma anche consiglieri, ‘allenatori’ dell’unica persona che può davvero gestire al meglio il diabete: il paziente appunto.
Tutto questo non avviene per caso. Un numero sempre maggiore di diabetologi ha capito che la malattia cronica richiede un approccio nuovo, un’alleanza tra il medico e chi deve gestire la malattia ogni giorno. In questa alleanza i vissuti, la motivazione e le difficoltà contano quanto i dati del laboratorio di analisi.

Un nuovo modo di relazionarsi tra medico e paziente
Jean Philippe Assal, fondatore e, fino a pochi anni fa, direttore della Divisione di Educazione terapeutica per i pazienti dell’Ospedale universitario cantonale di Ginevra, è stato il primo a dire a voce alta tutto questo, a esprimere il suo disagio nei confronti del vecchio modo di tenere la relazione fra medico e paziente e a idearne uno diverso in un processo di continua condivisione con diabetologi e infermieri. Questo metodo innovativo si chiama ‘Educazione terapeutica’. Assal ha raccontato com’è nata l’Educazione terapeutica in un DVD realizzato dall’Associazione Medici Diabetologi del Piemonte-Valle d’Aosta in collaborazione con Roche Diabetes Care.
Negli anni ’70, giovane e brillante endocrinologo dell’ospedale universitario di Ginevra, Assal scopre di avere il diabete. «Bene, allora ti occuperai di diabete, così potrai capirlo con il cuore e non solo con la testa», gli disse il suo ‘capo’. Così è stato: Assal confessa che il suo passaggio all’insulina fu difficile come quello di molti pazienti. «Io, mia moglie e un medico amico, rimanemmo lì mezz’ora per destreggiarci con la siringa e superare la resistenza psicologica a bucarsi», ricorda. Al tempo non c’erano né penne né microinfusori, ma l’esperienza fu di aiuto.

Nessuno segue interamente le terapie prescritte
Assal, che sottolinea spesso come oltre metà delle persone non segue interamente le terapie prescritte dal proprio medico quando si tratta di malattie croniche, ricorda di aver fatto esattamente lo stesso: «La terapia che mi avevano dato non funzionava, passavo il pomeriggio a mangiare cioccolato per contrastare le ipoglicemie. Modificai lo schema insulinico che mi era stato prescritto e mi guardai bene dal dirlo al mio diabetologo che me lo aveva espressamente proibito».
Il giovane Assal si rende così conto che non è possibile fare il diabetologo limitandosi a prescrivere le dosi di insulina come si faceva a quei tempi. Intuisce che la chiave di volta è l’educazione del paziente e si reca a Boston, al Joslin Diabetes Center, dove esisteva questo concetto: «Spiegavano al paziente cosa erano il diabete, il pancreas e l’insulina», ricorda Assal, «senza però aiutare la persona a cavarsela da sé, ad avere un rapporto dinamico con la patologia, ad adeguare la terapia alla propria vita».

In giro per l’America
Assal girò altri Centri americani fino a quando, a Denver, incontrò Leona Miller, una diabetologa che aveva deciso di affrontare l’altissimo tasso di ricoveri d’urgenza cui erano soggetti i pazienti diabetici. «La Miller», racconta Assal, «aveva dimostrato che la gran parte delle ospedalizzazioni erano dovute a banalissimi ‘errori’ che il paziente avrebbe ben potuto evitare se gli fossero state fornite le informazioni giuste». La Miller iniziò a insegnare ai suoi pazienti come convivere con il diabete e i ricoveri crollarono dell’80%.
Tornato a Ginevra, Assal entra in contatto con la Facoltà di Pedagogia, una scienza che ha una grande tradizione in Svizzera, «ma nemmeno questa aveva la soluzione: la pedagogia è troppo teorica, io cercavo una pedagogia pratica per formare il paziente a risolvere i problemi che trova nella sua vita quotidiana, un modo di accompagnarlo da lontano, perché il diabetologo deve essere davvero a fianco del paziente nella situazione in cui lui vive». Oggi Assal afferma che i telefoni cellulari sono l’invenzione più importante in diabetologia dopo l’insulina. «Perché il paziente ti può chiamare dal luogo in cui incontra un problema o nel momento in cui deve scegliere e tu puoi essere con lui».

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Ultima modifica: marzo 2008

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