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Giovanni Careddu, responsabile della Struttura di diabetologia del Presidio ospedaliero di Camogli.
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E in Italia inizia il secondo decennio
La Diabetologia italiana ha risposto subito e con grande entusiasmo all’idea di approfondire e modificare i principi della relazione fra paziente e Team medico. Già dieci anni fa l’Educazione terapeutica era oggetto di studi e convegni e nasceva il Gruppo Italiano di Studio Educazione e Dia-bete (Gised). Molti diabetologi e operatori sanitari italiani hanno partecipato ai seminari tenuti a Grimentz da Jean Philippe Assal e alcuni, fra i quali Giovanni Careddu, hanno scelto di conseguire il Master in Educazione terapeutica da lui diretto a Ginevra. «In Italia il concetto di Educazione terapeutica è stato approfondito da molti colleghi», spiega Giovanni Careddu, «i quali a loro volta hanno tenuto e tengono seminari e corsi molto seguiti». Careddu, che fa parte del coordinamento del GISED, ritiene che tutti i diabetologi italiani abbiano sentito parlare di questo approccio, «peraltro recentemente adottato nelle Linee guida italiane di AMD e SID per la gestione del diabete».
Questo approccio alla relazione entra ora in Italia nel secondo decennio, con quali obiettivi?
«In due parole: concretezza e chiarezza», risponde Careddu, responsabile della Struttura di diabetologia del Presidio ospedaliero di Camogli. Sulla scia di quanto fatto dal Gised, concretezza significa diffondere gli strumenti per svolgere un corretto ruolo pedagogico nei confronti del paziente, che si trova in una qualsiasi fase del suo percorso: per esempio deve imparare a gestire la terapia con microinfusore, oppure deve apprendere come prevenire il ‘piede diabetico’. Fare ‘chiarezza’ è importante perché l’Educazione terapeutica è ancora confusa con la classica informazione sanitaria.
Quali le differenze?
«Un medico o un infermiere fa educazione terapeutica solo se capisce che la malattia cronica cambia radicalmente il suo ruolo e quello del paziente», risponde Careddu, «si potrebbe dire che il personale sanitario fornisce una ‘consulenza tecnica’, in qualità di esperto, prospettando i benefici delle migliori ‘soluzioni’ terapeutiche, ma è il paziente, di fatto, a scegliere e a condurre la sua vita e quindi anche la sua condizione». Un operatore sanitario che fa Educazione terapeutica, quindi, si distingue perché cerca di aiutare ogni paziente a trovare le leve della propria motivazione. E in questa prospettiva l’eventuale ‘errore’ o meglio ‘comportamento non adeguato’ del paziente, viene utilizzato come una occasione per imparare di più. «Educazione terapeutica significa non dire mai “hai sbagliato”», conclude Careddu con una simpatica parafrasi dello slogan di un vecchio film.
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Ultima modifica: marzo 2008
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