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Pietro Buono, diabetologo pediatra presso il Team del Servizio di Diabetologia Pediatrica del Policlinico Universitario Federico II di Napoli.
Il diabete si previene se ci si muove in tempo

Oggi è possibile risolvere e prevenire le ipoglicemie per evitare rischi più seri.

Ridotta sensibilità alla glicemia.
Il vero problema è un altro. «Se una persona ha frequenti ipoglicemie finisce per ‘farci l’abitudine’. I segni premonitori o vengono a mancare o sono inconsapevolmente ignorati o sottovalutati. Il risultato di questa condizione, chiamata ‘ipoglicemia silente’, è che la persona si trova immediatamente alla fase due, quella in cui i sintomi diventano chiari ma possono anche impedirle di correggere da sola l’ipoglicemia», nota Cavallo Perin.
Questa situazione non è piacevole, «la persona ha la sensazione di non poter controllare la sua vita, si sente letteralmente appesa a un filo. Sa che potrebbe trovarsi da un minuto all’altro in una situazione di estrema difficoltà», nota Pietro Buono. Esiste anche il rischio oggettivo di trovarsi, magari alla guida di un’auto o in un luogo pericoloso, con una capacità reattiva improvvisamente ridotta. «Per fortuna è possibile ristabilire una corretta percezione dei segni premonitori, evitando le ipoglicemie per alcune settimane o mesi», continua Cavallo Perin, «tornano così a farsi strada i segni premonitori, magari diversi da quelli a cui si era abituati».

Guardati dalle ipo notturne.
La causa principale di una ridotta percezione dei sintomi dell’ipoglicemia sono le ipoglicemie notturne. «La disponibilità di tracciati in continuo della glicemia (Cgms) ci ha insegnato che le ipoglicemie notturne sono più frequenti, più lunghe e più serie di quanto si credesse e sono quasi tutte asintomatiche: il paziente non si sveglia e spesso non ha nemmeno la sensazione di aver dormito troppo male, insomma, non si accorge di nulla. Non è raro trovare persone che, pensavamo in buon equilibrio glicemico, e che invece passavano diverse ore della notte sotto i 60 mg/dl», spiega Cavallo Perin.
«La reazione dell’organismo a queste ipoglicemie determina un rimbalzo che si traduce in una iperglicemia mattutina, è il cosiddetto effetto Somogy». «Il problema», interviene Edoardo Daniele, «è che, senza un tracciato notturno o perlomeno frequenti letture della glicemia effettuate fra l’una e le tre di notte, l’iperglicemia riscontrata al mattino può essere letta come un classico fenomeno alba. A quel punto il diabetologo va ad aumentare le dosi di insulina serali aggravando l’ipoglicemia notturna. Per fortuna l’introduzione di terapie basal/bolus realizzate sia con analoghi lenti sia con il microinfusore ha portato a una riduzione nell’incidenza delle ipo notturne, mentre gli analoghi rapidi praticati subito prima dei pasti, proprio per la loro farmacocinetica, proteggono dalle ipoglicemie della tarda mattinata o serata».

Prevenire le ipoglicemie è possibile.
«Oggi grazie agli analoghi dell’insulina, al microinfusore e alla conta dei carboidrati è possibile disegnare una terapia che riduce al minimo il rischio di ipoglicemie», afferma Paolo Cavallo Perin, «ovviamente il paziente deve collaborare con il Team diabetologo eseguendo numerose misurazioni della glicemia e segnando con attenzione gli eventi ipoglicemici. Se in passato si teneva il paziente ‘su di glicemia’ per un certo periodo accettando un peggioramento della glicata, oggi questo non è più accettabile».

Rischi veri e rischi percepiti.
Molti pazienti affermano, magari protetti dall’anonimato di internet, di modificare volutamente la terapia prescritta o di assumere zuccheri in eccesso con l’obiettivo di prevenire le ipoglicemie mantenendo la glicemia alta.
«Il paziente ‘cura’ l’ipoglicemia aggravando il suo diabete», sospira Pietro Buono.
Questo errore dipende soprattutto da una valutazione errata dei rischi reali: «la persona con diabete ha più paura dell’ipoglicemia che dell’iperglicemia, ma fa male», nota Cavallo Perin.
«L’ipoglicemia rende instabile il compenso glicemico e in molti casi può essere prevenuta o immediatamente corretta con l’assunzione di zucchero», sottolinea Cavallo Perin, «evitando di entrare in uno stato di sopore definito coma ipoglicemico».
Si tratta di una reazione di difesa del cervello che funziona benissimo ma ‘stacca’ la coscienza per risparmiare energia.
Sbaglia quindi i suoi calcoli chi – temendo l’ipoglicemia – rinuncia a perseguire un corretto equilibrio glicemico, «aggravando il rischio cardiovascolare e anticipando l’appuntamento con eventuali complicanze microvascolari», conclude Pietro Buono. Si arriva alla situazione paradossale in cui le persone, proprio perché vivono in una condizione di indotta iperglicemia, «finiscono per avvertire sintomi di ipo non appena la glicemia si avvicina a livelli ottimali».

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Ultima modifica: luglio 2008

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