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Stefano Balducci, endocrinologo dell’ospedale Sant’Andrea, Università La Sapienza di Roma.
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C’è una palestra nella ricetta
Se il movimento è una medicina, perché non prescriverne con precisione le ‘dosi’, avvicinando il servizio di Diabetologia alla pratica concreta dell’esercizio fisico? Ecco alcune esperienze reali per avviare all’esercizio fisico le persone con diabete.
L’esercizio fisico fa parte a pieno titolo della terapia di tutte le forme di diabete. Potremmo definirla una medicina tra le più efficaci. Se è così, perché non prescriverla come si fa con gli altri farmaci, definendone con precisione le ‘dosi’? Perché lasciare all’iniziativa del paziente i modi, i tempi e i luoghi in cui fare movimento?
La risposta non è semplice. Non siamo abituati a considerare le palestre come luoghi di cura, nè lo sport come prevenzione e terapia e, dal punto di vista filosofico e amministrativo, Ospedali e ambulatori sono lontani dalle strutture sportive.
Eppure da diversi anni qualcosa si sta muovendo. un numero sempre maggiore di Servizi di diabetologia promuove contatti con enti pubblici e privati che gestiscono strutture sportive in modo da garantire alla persona con diabete dei luoghi e dei momenti in cui svolgere l’esercizio fisico che gli è stato prescritto di fare. A Prato, il Servizio diretto dall’attuale presidente dell’AMD, Adolfo Arcangeli, ha stretto accordi con l’Assessorato allo sport del Comune. A Senigallia, il Team diretto da Simona Manfrini ha stretto una convenzione con una palestra.

Ernesto Rossi coordinatore della branca di endocrinologia Asl di Benevento.
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Un esempio
Una esperienza di riferimento è quella svolta da Stefano Balducci che, insieme al professor Francesco Fallucca, sette anni fa ha fondato l’Associazione Fitness Metabolica. «Vogliamo diffondere un concetto abbastanza nuovo, ma di fondamentale importanza e, cioè, che l’attività fisica regolare non è utile solo nella prevenzione del diabete di tipo 2, ma può essere considerata una vera e propria terapia», spiega Stefano Balducci, endocrinologo dell’Ospedale Sant’Andrea, di Roma.
L’Associazione ha individuato nell’operatore di fitness metabolica il punto di snodo fra la diabetologia e il mondo del fitness. Si tratta di un laureato in scienze motorie adeguatamente formato sugli aspetti metabolici dell’esercizio fisico in persone obese, diabetiche o predisposte a diventarlo.
Un punto di riferimento
Secondo Balducci, questi operatori possono garantire un punto di riferimento sicuro per le persone con diabete e vi si possono affidare per mettere in pratica senza rischi quello che le linee guida internazionali consigliano rispetto all’uso dell’esercizio fisico come mezzo preventivo e terapeutico della malattia diabetica. Sapere di poter contare su esperti di fitness ben formati e costantemente aggiornati permette al diabetologo di affidare i propri pazienti in mani sicure e attuare la prescrizione dell’esercizio fisico né più e né meno di una terapia farmacologica. «In questo campo noi diabetologi possiamo e dobbiamo fare molto di più», spiega Balducci, «ed è quello che stiamo cercando di mettere in pratica».
Un altro centro
All’Ospedale Sant’Andrea di Roma, seconda facoltà dell’Università La Sapienza, da due anni è attivo un programma di educazione all’esercizio fisico per persone con diabete di tipo 2. «Proponiamo otto sedute di riabilitazione metabolica distribuite nell’arco di un mese (due incontri la settimana), dove si insegna a modificare i propri stili di vita su ambedue i versanti: quello dell’alimentazione e quello del movimento. Perché questi sono i cardini dell’intervento terapeutico per il diabete di tipo 2: in primo luogo occorre modificare le abitudini alimentari e promuovere il movimento; solo dopo deve venire la terapia farmacologica, quando e dove serve. Al termine del percorso formativo prescriviamo un esercizio fisico da fare per proprio conto o presso i centri fitness metabolica e rivediamo il paziente dopo tre mesi dal termine delle sedute», continua Balducci, «per capire quanto siamo riusciti a modificare lo stile di vita. Rivediamo i pazienti con cadenza trimestrale registrando il tipo e la durata dell’attività fisica svolta in questo lasso di tempo. Il nostro obiettivo è valutare quanti mantengono lo stile di vita consigliato e rinforzarli in queste scelte virtuose».
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Ultima modifica: luglio 2008
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