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PIEDI

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Claudio Lambiase, responsabile del Centro diabete e Malattie Metaboliche dell’Ospedale di Mercato San Severino, in provincia di Salerno.
Come restare con i piedi per terra

Diamo più attenzione a quel che accade ‘là in fondo’: tutto ciò che di strano succede ai piedi deve far scattare un campanello d’allarme.

Una piccola lesione sul dito di un piede: nessun dolore, nessuna traccia di infezione. Oppure un eritema e un po’ di gonfiore, senza lesione. Inezie: perché preoccuparsi?
Sbagliato! chi ha il diabete ha più di un motivo di attenzione, tutto ciò che di strano succede ai piedi, infatti, deve far scattare un campanello d’allarme. Il piede diabetico rappresenta una delle complicanze del diabete.
«Sottovalutare questi segni può avere conseguenze importanti», avverte Alberto Piaggesi, responsabile della Sezione piede diabetico dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Pisa.
Il piede diabetico è la complicanza che comporta il maggior numero di ricoveri ospedalieri e con i costi più alti, in termini di qualità della vita e di risorse, «e aumentano progressivamente» sottolinea il diabetologo di Pisa. «Inoltre, la contemporanea presenza di neuropatia, vasculopatia periferica e ridotta resistenza alle infezioni in un contesto di generale fragilità sistemica, rende queste condizioni estremamente critiche e di difficile gestione, tanto da comportare, nei casi più gravi, anche un rischio per la vita stessa di questi pazienti».


Alberto Piaggesi, responsabile della Sezione piede diabetico dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Pisa.
Le cause.
Due sono le cause che portano al piede diabetico: una riguarda il sistema nervoso, l’altra quello vascolare. «Anni di malattia causano la progressiva distruzione delle terminazioni nervose, si sviluppa cioè una neuropatia, che ha come conseguenza la perdita di sensibilità alle estremità» spiega Claudio Lambiase, responsabile del Centro diabete e Malattie Metaboliche dell’Ospedale di Mercato San Severino, in provincia di Salerno, al cui interno ha realizzato un ambulatorio specializzato nella cura del piede diabetico. «Ciò significa che la persona non sente più dolore, quindi può farsi male senza nemmeno accorgersene».
A questa si può sovrapporre un’altra complicanza del diabete, l’arteriopatia. Nelle arterie, rese più strette dall’aterosclerosi, l’afflusso del sangue agli arti inferiori (soprattutto dal ginocchio al piede) diminuisce. Così, non solo non arriva ossigeno alle estremità, ma non giungono neppure quegli elementi veicolati dal sangue che aiutano a riparare le lesioni e a combattere le infezioni. In tal modo una piccola lesione si può trasformare in ulcera e una infezione può progredire. se non si ponesse un freno a queste evoluzioni si arriverebbe ben presto alla morte dei tessuti: la gangrena.

Ma si può evitare di arrivare a tanto.
«La progressione delle complicanze verso l’amputazione può essere interrotta grazie alla diagnosi precoce e all’approccio terapeutico multidisciplinare», afferma Alberto Piaggesi, che a Pisa dirige un Centro di riferimento regionale all’avanguardia in materia.
Intervenire subito. Alla persona con diabete spetta il compito di seguire con attenzione le norme per prevenire lesioni e tagli. E di controllare periodicamente lo stato delle proprie estremità (vedere box). Ma queste precauzioni possono non essere sufficienti. Non bisogna scordare che a monte di tutte le complicazioni che si esprimono nella condizione definita ‘piede diabetico’ c’è soprattutto la riduzione, fino alla totale mancanza, della sensibilità. Le difficoltà di circolazione del sangue, infatti, possono aggravare la situazione, ma il punto cruciale è che ci si fa male senza saperlo.

A quel punto può essere importante intervenire velocemente.
«Se da una lesione sul piede esce pus (segno che c’è un’infezione) e la pelle intorno ha un colore rosso scuro o, peggio, bluastro, se la ferita non si rimargina, allora bisogna rivolgersi subito al proprio centro di riferimento, senza aspettare. Se non lo si può fare il giorno stesso, si faccia il giorno dopo, ma non più tardi», raccomanda Lambiase, «questi sono sintomi da non sottovalutare». La cura. Cosa accade quando una persona con diabete arriva in un Centro specialistico con una lesione? «Per prima cosa si valuta la ferita e si cerca di capire se l’organismo sta rispondendo in modo adeguato» spiega Claudio Lambiase. «Se così non è, può essere necessario migliorare la circolazione con farmaci come gli antiaggreganti e l’eparina, che rendono il sangue più fluido; se c’è un’infezione si instaura immediatamente una terapia antibiotica. Se invece l’infezione non c’è, per scaricare il peso del corpo dall’estremità ulcerata e accelerare così la guarigione, si possono confezionare dei gambaletti gessati; se questo non è possibile, si ricorre a calzature speciali».

Ma è importante anche valutare lo stato della circolazione sanguigna.
A questo scopo si utilizzano l’ecografia doppler (ecocolordoppler) o l’arteriografia con mezzo di contrasto per verificare la presenza di occlusioni o di restringimenti nei vasi a monte del piede. «Nel qual caso si valuta l’opportunità di intervenire eseguendo un’angioplastica o un bypass; se la chirurgia è controindicata, si ricorre a una terapia medica, eseguibile in Day hospital, che prevede un ciclo di infusioni di prostanoidi».
Ristabilire la circolazione è necessario per curare la lesione con successo. La tecnologia infatti mette a disposizione diverse possibilità: medici specializzati possono rimuovere i tessuti morti, circoscrivendo l’area della necrosi; tecniche sofisticate permettono di ricompattare i tessuti del piede, ed è possibile persino coltivare in vitro i tessuti del malato per poi reinnestarli. «Ma tutti questi sforzi hanno senso soltanto se si ha la garanzia che la persona ristabilisca l’equilibrio metabolico e, soprattutto, glicemico» ammonisce Lambiase.

Prevenzione delle recidive.
Risolta l’emergenza occorre fare di tutto per scongiurare ricadute. Per questo motivo, «alla terapia delle fasi acute della patologia deve essere affiancata un’adeguata attività di prevenzione delle recidive», raccomanda Alberto Piaggesi, «queste infatti non solo sono frequenti, ma rappresentano anche un evento infausto, poiché sono solitamente più gravi e di più difficile gestione rispetto alle prime lesioni».

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Ultima modifica: luglio 2008

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