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Laura Corsi responsabile del Servizio di Diabetologia dell’ospedale di Lavagna.
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(Non) Datemi una dieta
Per perdere peso non servono proibizioni e liste di alimenti particolari.
Percorso educativo
Questi principi richiedono, per essere compresi pienamente e messi in pratica, un percorso educativo, una vera educazione terapeutica alimentare, «che vede nel paziente un protagonista attivo e consapevole della cura», spiega Laura Corsi, che è stata presidente dell’Associazione medici diabetologi della Liguria, «questo presuppone un percorso che parte dall’apprendimento di nozioni di base, fino alla capacità di modulare le informazioni ricevute e plasmarle autonomamente secondo le necessità individuali o occasionali nel rispetto dei principi terapeutici fondamentali».
Anche là dove i Team non comprendono una dietista, «il diabetologo sa bene di dover fare educazione alimentare, senza proibizioni che creano solo dei ‘tabù’ e quindi delle trasgressioni, ma facendo chiarezza nella grande confusione che ormai tutti hanno in testa in materia alimentare», afferma Muscogiuri, docente a contratto presso il dipartimento di Medicina interna dell’Università di Bari, Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Antonio Muscogiuri, responsabile del servizio di Diabetologia dell’Ospedale di San Pietro Vernotico e Mesagne, in provincia di Brindisi.
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Un alimento, un valore
Già, perché ogni persona, soprattutto se da tempo si confronta con problemi di peso, assegna a un alimento un valore particolare.
Spesso si tratta del cioccolato, ma può essere il gelato o la pizza. «Sono in genere, e non per caso, alimenti che ieri erano proibiti e che restano sconsigliati ma possono trovare posto anche loro nell’alimentazione, in qualche caso agevolmente: l’équipe diabetologica dovrà insegnare al paziente a tener conto di un insieme di fattori e il soggetto diabetico deve essere messo nelle condizioni di gestire la sua alimentazione» sottolinea Ester Vitacolonna, diabetologa presso il Servizio di Diabetologia dell’Azienda ospedaliera di Chieti. Impartite le nozioni di base della nutrizione, cioè la capacità di distinguere gli alimenti in base al contenuto prevalente in carboidrati, proteine e grassi, l’educazione terapeutica alimentare introduce il concetto di ‘equivalenza’ e quindi di ‘scambio’ tra alimenti dello stesso gruppo, per rendere lo stile alimentare della persona con diabete più flessibile e gratificante.
«Il paziente impara che 100 grammi di pane hanno lo stesso ‘carico glucidico’ di 80 grammi di pasta, 150 grammi di pizza, 300 di patate, o 70 di torta. Può così pianificare il proprio pasto di volta in volta variando gli alimenti nella sicurezza di mantenere una quota costante di carboidrati», nota Laura Corsi.
Non si finisce mai di imparare< br>
L’educazione alimentare non finisce mai o, se si preferisce adottare la metafora proposta da Claudio Taboga, «è un vestito su misura che ha bisogno di numerose ‘messe a punto’ e di rado va bene alla prima prova». «L’unica certezza in una terapia nutrizionale è che il paziente troverà più volte difficile seguirla», nota Muscogiuri. Niente di male, «le difficoltà ‘tecniche’ si risolvono facilmente, soprattutto se si parte da un diario alimentare», spiega Claudio Taboga, «la persona che non riesce a vivere con serenità la sua ‘dieta’ o che ha smesso di perdere peso ne parla insieme al medico e trova la soluzione». Per mantenere alta la motivazione è importante che la persona con diabete veda dei risultati. «Occorre scegliere con attenzione quali miglioramenti tenere sotto controllo e quali obiettivi porsi», ricorda Taboga.
Generalmente si parla di peso, ma dal punto di vista metabolico è altrettanto importante il giro vita. Gli obiettivi possono essere posti anche in termini di efficienza: riuscire a fare le scale di casa senza il fiatone, allacciarsi le scarpe, rientrare in un vestito.
«L’obiettivo finale», ricorda Ester Vitacolonna, «deve essere una ragionevole diminuzione di peso o giro vita da raggiungere attraverso una modifica graduale e duratura dello stile di vita. L’obiettivo dovrà essere individualizzato e concordato, senza fughe in avanti. Un 10% di riduzione del peso può essere più che sufficiente per migliorare notevolmente alcuni parametri, patologie e rischi di patologie, ma a patto di riuscire a mantenere quella riduzione».
Non è facile
Perdere peso è difficile, «soprattutto per la persona con diabete di tipo 2 che comunque ha in corpo più insulina degli altri, o perché ne produce troppa o perché deve iniettarla», come sottolinea Taboga, in compenso riprenderlo è un attimo. «In genere per i pazienti la difficoltà non sta nell’apprendimento delle informazioni né nella loro interpretazione, piuttosto nel metterle in pratica quando hanno recepito: al primo momento di determinazione e buoni propositi», continua Laura Corsi, «segue inevitabilmente il calo della motivazione magari accompagnato da una pseudo rivendicazione orgogliosa: “Sono stanco di farmi imporre regole: faccio quello che mi pare”, o una considerazione depressiva: “Tanto non ce la farò mai”, o l’alibi della diffidenza: “Tanto non ci sono cure per il diabete”». Ester Vitacolonna sottolinea anche il ruolo della ‘ricaduta’: «La ricaduta fa parte del gioco, è parte integrante di ogni percorso di cambiamento».
«Il paziente torna al peso di prima, o anche oltre. Non devono esistere remore o vergogne. Si ricomincia nel percorso e il paziente sa di poter contare su un Medico e un Team che lo accolgono e impostano con lui una nuova fase del lavoro. Avendo già molti strumenti la persona sovrappeso o obesa affronterà con consapevolezza diversa il problema per risolverlo: il paziente deve essere messo nella condizione di avere gli strumenti per lavorare ed essere parte attiva del suo cambiamento, con l’aiuto di professionisti competenti e con la certezza che sarà sempre accolto anche e soprattutto nelle ricadute», conclude la docente dell’Università di Chieti.
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Ultima modifica: febbraio 2009
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