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Fulvio Porto, dirigente medico dell’Unità Operativa di Diabetologia dell’Ospedale Civile dell’Annunziata a Cosenza.
Prova a prendermi

Le nuove terapie, soprattutto insuliniche, non costringono più la persona con diabete a seguire orari predefiniti. Permettono libertà e flessibilità, ma richiedono alla persona che le adotta impegno, conoscenze, controlli e responsabilità.

«La tecnologia e il progresso in medicina sono una gran cosa», commenta Elvira Maddaloni, «a noi persone con diabete hanno regalato il bene più prezioso: la libertà». Architetto, impegnata in politica, presidente di un’attiva associazione fra persone con diabete e sportiva per passione, Elvira fa quasi fatica a ricordare ‘come era prima’. Nel suo caso, la differenza fra il passato e il presente è il passaggio a una terapia a base di analoghi dell’insulina.
«Un analogo lento, preso la sera, copre le esigenze ‘basali’ di insulina», spiega Fulvio Porto il suo diabetologo, «mentre gli analoghi rapidi sono consigliati prima dei pasti o al bisogno».
Il caso di Elvira ovviamente non è unico. «Le Linee guida consigliano con forza, dove possibile, di passare dai vecchi schemi ai nuovi, definiti in termini tecnici basal/bolus», spiega Porto, dirigente medico dell’Unità Operativa di Diabetologia dell’Ospedale Civile dell’Annunziata a Cosenza, «perché migliorano il compenso glicemico e offrono flessibilità alla persona con diabete».


Franco Tuccinardi, primario di Diabetologia ed Endocrinologia nel Presidio Ospedaliero di Gaeta.
Meno rigidità
Le terapie precedenti, per quanto migliorate nel corso del tempo e tuttora valide in molti casi, «prevedevano orari fissi, presentavano rigidità come la necessità di osservare un certo intervallo fra l’iniezione e il pasto. Il paziente doveva in qualche modo inseguire le esigenze della terapia, modificando il suo stile di vita».
Non sorprende che molte persone insulino-dipendenti finissero per divenire abitudinarie nei pasti e negli orari, e tralasciassero tutto ciò che poteva turbare l’equilibrio glicemico come per esempio l’esercizio fisico. «Io che ho sempre voluto fare sport avevo un serio problema di ipoglicemie prima di adottare le nuove terapie insuliniche», ricorda Elvira Maddaloni. Un sarto che prepara un abito su misura: questa l’immagine classica alla quale ricorrono i Diabetologi per spiegare come si svolge oggi il loro lavoro.

Cambiamento
«È avvenuto un cambiamento tecnologico, è vero, ma è anche relazionale», commenta Calogero Giacchetto, responsabile del Servizio di Diabetologia Asl 2 presso il poliambulatorio di via Malta a Caltanissetta, «ieri il diabetologo prescriveva, prendendo in considerazione solo le glicemie del paziente. Oggi il Diabetologo – nei limiti sempre più stretti imposti dal crescere della domanda a parità di risorse – è capace di ascoltare la persona con empatia e capire il suo stile di vita, le sue abitudini alimentari. Su questa base, anche perché l’autocontrollo domiciliare e la disponibilità di farmaci glielo consente, il Diabetologo può formulare una proposta terapeutica individualizzata».
Giacchetto, rifacendosi al linguaggio dell’analisi transazionale parla di una relazione tra medico e paziente che non deve essere più di tipo ‘adulto-bambino’ o ‘prescrittore-utilizzatore’, ma ‘adulto-adulto’ dove attraverso la trasmissione di conoscenze sulla malattia e sulle complicanze, il paziente è ‘empowered’ vale a dire aiutato a scegliere in maniera responsabile il suo nuovo stile di vita per il mantenimento del suo stato di salute psicofisica.

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Ultima modifica: febbraio 2009

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