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Elvira Maddaloni, presidente della Associazione giovani diabetici Cosenza.
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Prova a prendermi
Le nuove terapie offrono più libertà e flessibilità, ma richiedono impegno, conoscenze, controlli e responsabilità.
Un rapporto migliore
«Le conseguenze di questo nuovo atteggiamento da parte dei medici si vedono», commenta Calogero Alù, presidente della Associazione diabetici di Caltanissetta, «oggi la persona con diabete non ha più paura del medico, dal timore si è passati alla collaborazione. La persona con diabete riceve più attenzione e sa di dover dedicare più attenzione al suo diabete. Ha capito che informazione e responsabilità significano libertà. Se oggi vuole sapere di più non è perché ha paura del diabete ma perché vuole trovare una strada fra le esigenze del diabete e quelle della sua vita».
Tutto questo vale, se possibile, ancora di più se parliamo di terapia con microinfusore. In questo tipo di terapia una quota di insulina rapida viene continuamente infusa nell’organismo per 24 ore assicurando le esigenze di base dell’organismo.
Dosi specifiche (boli) sono invece infuse in occasione dei pasti. Il risultato del passaggio al microinfusore è positivo e qualche volta sorprendente.

Calogero Giacchetto, responsabile del Servizio di Diabetologia Asl 2 presso il poliambulatorio di via Malta a Caltanissetta.
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Non è uguale per tutti
Franco Tuccinardi, primario di Diabetologia ed Endocrinologia nel Presidio Ospedaliero di Gaeta e professore a contratto presso la II Scuola di specializzazione di Endocrinologia dell’Università La Sapienza di Roma, prende l’esempio di un suo paziente, Mario, costretto dal lavoro di panettiere a orari che mal si conciliavano con gli schemi della terapia iniettiva anche basal/bolus.
Nonostante le dosi importanti di insulina, Mario non riusciva a scendere sotto l’8% di emoglobina glicata ma soprattutto presentava una grave instabilità metabolica con glicemie elevate ed episodi di ipoglicemia. «Con il passaggio al microinfusore, il suo fabbisogno di insulina è sceso del 30-40%, la glicata è passata a meno di 7% e la variabilità glicemica si è molto ridotta», riferisce Tuccinardi. Quanto agli aspetti qualitativi… è Mario stesso, oggi trentenne, a intervenire: «Dopo un’infanzia e un’adolescenza davvero difficili sto vivendo una seconda vita. Ho dovuto imparare molte cose e mettermi d’impegno, ma ora godo di un’assoluta flessibilità sia negli orari sia, per esempio, nei pasti. Per molti versi è come non avere il diabete!». Un aspetto importante per Mario è la privacy: «Prima dovevo eclissarmi o nascondermi per fare le iniezioni, non sempre era facile. Oggi posso impartire un bolo o modificare la basale senza che nessuno se ne accorga!».

Calogero Alù, presidente della Associazione diabetici di Caltanissetta.
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Terapia più flessibile
«Quello di Mario è uno dei molti casi in cui il passaggio a una terapia più flessibile viene vissuto come una liberazione: poter svegliarsi più tardi la domenica, non dover fare iniezioni di insulina fuori di casa, poter fare uno spuntino fuori pasto... sono piccole cose che possono aiutare a vivere meglio la condizione diabete nelle persone ben motivate e ben addestrate all’uso del microinfusore», afferma Tuccinardi.
«In passato avevamo comunque la sensazione che efficacia della terapia e qualità della vita fossero due concetti separati», conclude Fulvio Porto, «oggi i progressi ottenuti in tutti gli ambiti della terapia: farmaci, diagnostica e dialogo educativo con il paziente, dimostrano che non è più così: la terapia più efficace è spesso anche quella che lascia il paziente più libero di vivere la vita come desidera».
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Ultima modifica: febbraio 2009
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