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Il professor Guido Pozza è uno dei più importanti ricercatori, insegnanti e manager della ricerca diabetologica in Europa.
Bisogna saper scegliere

Il diabete è davvero quel ‘killer silenzioso’ che i giornali descrivono? “No”, risponde il professor Guido Pozza, decano della diabetologia italiana, “lo diventa solo se lo decidiamo noi, accettando di non fare nulla. Altrimenti, al contrario...”

Finalmente i media si sono accorti del diabete. Lo scorso autunno in occasione della Giornata Mondiale del Diabete sono apparsi un gran numero di articoli, interventi e servizi radiotelevisivi sul tema. È un fatto positivo perché l’attenzione degli organi di stampa catalizza quella dei cittadini e delle persone che prendono decisioni in materia sanitaria.
Dietro ai titoli e agli articoli o ai servizi televisivi dedicati al diabete ci sono però spesso alcune inevitabili forzature. Il messaggio rischia così di essere sviante. È giusto per esempio parlare di ‘epidemia-diabete’, di ‘rischio-diabete’ e legare lo squilibrio glicemico all’aumento dei casi di infarto e ictus?
«Ma non è il diabete in sé a rappresentare un serio pericolo per la salute, è il diabete mal controllato», afferma Guido Pozza, decano della diabetologia italiana. Al professor Pozza, che inaugurò con una sua intervista dieci anni fa il primo numero di questa rivista, Modus ha chiesto di intervenire proprio su questo concetto: il diabete sarà anche una ‘epidemia’ ma non è una fatalità né una condanna. Lo può diventare solo se scegliamo che sia così.

Trova che l’interesse dei media nei confronti del diabete stia creando allarme o piuttosto rassegnazione e fatalismo nella opinione pubblica?
Non vedo un eccesso di allarme. Prendiamo per esempio le persone da poco diagnosticate. A differenza del diabete di tipo 1, il diabete di tipo 2 viene diagnosticato generalmente con un certo ritardo. La persona arriva dal medico in una situazione metabolica scompensata. Ha tanti sintomi e fastidi: fiacchezza, pruriti, difficoltà di concentrazione... Questi sintomi sono corretti facilmente anche senza raggiungere un perfetto equilibrio glicemico e metabolico. A quel punto molte persone si accontentano del livello mediocre di compenso metabolico che i farmaci consentono loro di raggiungere e vanno avanti senza cambiare il loro tenore di vita: non aumentano l’esercizio fisico, non controllano l’alimentazione, non verificano la glicemia. In pratica, non ottimizzano il controllo metabolico.

E questo cosa significa?
Col passare degli anni questo significa rischiare le complicanze. Parlo delle complicanze specifiche del diabete: retinopatia, nefropatia, neuropatia e delle complicanze cardiovascolari, queste ultime aggravate dalla compresenza di altri squilibri metabolici che congiurano con il diabete nell’accelerare il processo aterosclerotico. I processi aterosclerotici non sono diversi nella persona con diabete ma la iperglicemia cronica peggiora la vasculopatia aterosclerotica che riguarda le coronarie, il cervello, le gambe…

Quindi il diabete è un problema, è un killer?
Non è esatto. È stato dimostrato oltre ogni dubbio che un buon controllo glicemico e metabolico previene o ritarda la comparsa delle complicanze, tutte le complicanze anche se in modo diverso e, nel caso si siano già sviluppate, le corregge riducendone l’entità. Questo accade a ogni livello. Il diabete è il punto di partenza. Noi dobbiamo parlare invece di qualità del controllo glicemico.

Quindi avere il diabete in sé non cambia le cose.
Rispetto al passato, oggi l’attesa di vita di una persona che controlla bene il suo diabete è molto più vicina a quella di una persona della stessa età, peso e sesso che non ha il diabete. Detto in altre parole: il diabete ben controllato non è una malattia, è una condizione.

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Ultima modifica: febbraio 2009

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