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L'INTERVISTA

Sommario 

Dalla predizione alla prevenzione
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Vincere con la testa
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Sulle tracce dei diabete

Predire il diabete è possibile. E prevenirlo? Modus ne parla con Gian Franco Bottazzo, scopritore della reazione autoimmunitaria che causa il diabete di tipo 1, coordina gli sforzi della ricerca genetica immunologica ed epidemiologica impegnata senza tregua in un inseguimento

Cosa può fare una persona che ha la fortuna di nascere a Venezia e che, per lavoro, deve vivere metà della sua vita a Londra? Si trasferisce a Roma, che contende alla Serenissima il titolo di più bella città del mondo, magari piantando il suo quartier generale in una villetta in mezzo agli alberi con una vista fantastica su tutto il centro storico seicentesco. Direttore Scientifico dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma, parte integrante della Città del Vaticano, Gian Franco Bottazzo promuove da Roma (e da Londra dove è direttore di una Fondazione) a livello mondiale la ricerca che mira alla predizione e alla prevenzione del diabete mellito insulino-dipendente (IDDM). La predizione-prevenzione è solo uno degli indirizzi di ricerca su questo tipo di diabete. Buona parte degli scienziati che si occupano della materia si interessano di quel che avviene dopo l'insorgere della malattia. Bottazzo invece insegue quel che avviene prima, ricostruisce le mosse di quella partita a scacchi, nella quale lo scacco matto è la morte delle cellule Beta che nelle Isole di Langerhans del pancreas producono l'insulina. Bottazzo segue questo indirizzo perché è coerente con la sua formazione di immunologo e perché a lui si devono, esattamente 25 anni fa, la conferma della ipotesi secondo la quale il diabete di tipo 1 poteva essere una malattia autoimmune e la scoperta dell'autoanticorpo associato alla morte delle cellule beta, l'ICA. Trovata l'arma, Bottazzo si è impegnato, in 25 anni di studio, nella ricerca dell'assassino e del movente. In un prossimo numero parleremo di questo 'romanzo poliziesco' molto più affascinante, anche solo sotto il profilo narrativo, della maggior parte dei libri gialli. In questa intervista Modus si concentra su alcuni risultati importantissimi raggiunti nel campo della predizione dell'IDDM. Perno della 'predizione' del diabete di tipo 1 sono proprio gli autoanticorpi, ICA, scoperti da Bottazzo, insieme agli autoanticorpi contro l'enzima decarbossilasi dell'acido glutammico (GAD), che sono soggetti un po' diversi ma simili - ai fini della predizione - agli ICA. In Sardegna e in Finlandia, le due aree geografiche con la più alta percentuale di diabete di tipo 1 nel mondo, sono stati eseguiti a tappeto i test autoanticorpali, ICA e anti-GAD, su tutti i neonati e in molti bambini in età scolare, incrociati con i risultati degli stessi test effettuati su campioni più ristretti raccolti un po' in tutto il mondo.

Cosa è emerso?
Dati molto interessanti. Se troviamo gli ICA nel sangue di un bambino che ha un gemello identico con il diabete di tipo 1, possiamo dire con sicurezza che questo bambino svilupperà la malattia entro 5 anni. La probabilità è del 95%. Se questo bambino con gli stessi autoanticorpi ha dei fratelli non gemelli o dei genitori affetti da IDDM, insomma ha 'una storia familiare di diabete' come diciamo noi medici, la possibilità è ancora molto alta: 75%. Viceversa, i suoi fratelli risultati negativi agli stessi test hanno la quasi sicurezza di non sviluppare il diabete di tipo 1.

E per gli altri? In fin dei conti il diabete di tipo 1 non si sviluppa solo in famiglie con una 'storia di diabete'.
E' vero, anzi i casi 'isolati' di insulino-dipendenza sono i più frequenti. In questo caso, possiamo dire che un bambino trovato positivo agli autoanticorpi ha una possibilità su quattro di sviluppare il diabete di tipo 1 entro dieci anni.

Non è possibile raggiungere gli stessi risultati per via genetica?
E' possibile. Ci sono dei geni, quelli contenuti nella cosiddetta regione HLA, che sono altamente correlati all'insorgenza del diabete, ma la stragrande maggioranza delle persone che posseggono tali geni non sviluppano la malattia. Tuttavia, la misurazione degli autoanticorpi può evidenziare dei falsi positivi, per così dire può suonare dei campanelli di allarme anche a vuoto. Il test genetico invece presenta dei falsi negativi, trascura dei casi a rischio. In ogni caso non sembra un gran che. Una possibilità su quattro è una quota comunque bassa. Dipende. Lei sa che ogni anno negli Stati Uniti muoiono almeno cinquanta bambini per Coma da Chetoacidosi, cioè per quella complicanza che sopravviene quando un IDDM non è diagnosticato tempestivamente? Muoiono perché né i genitori né i medici si erano resi conto della gravità del problema. Se i genitori e i medici avessero saputo che si trattava di un bambino 'a rischio', cioè positivo per gli autoanticorpi, queste tragiche conseguenze si sarebbero sicuramente evitate. E poi non è solo per questo: noi sappiamo che, in tutti i casi, è importante che si faccia una diagnosi precoce. Nei mesi, ma possono anche essere degli anni, che intercorrono fra l'inizio della distruzione delle cellule beta e l'insulino-dipendenza completa e palese, uno scompenso glicemico anche minimo prepara il terreno per le note e gravi Complicanze della malattia. Si parte insomma fin dall'inizio con il piede sbagliato. E' possibile intervenire a supporto della cellula beta per aiutarla a difendersi dall'attacco del sistema immune? Sicuramente questa è la linea di ricerca da perseguire. Chiaramente saremmo aiutati di molto se sapessimo cosa sta accadendo nel 'luogo del delitto' durante il lungo periodo di latenza che precede l'insorgenza acuta della malattia. Disgraziatamente il pancreas è l'unico organo dal quale non è possibile prelevare frammenti di tessuto. Ci troviamo quindi nell'impossibilità non solo di soddisfare una curiosità legittima, ma soprattutto di essere testimoni dei tragici avvenimenti con cui deve confrontarsi la beta cellula pancreatica. Pensi Lei se si potesse sviluppare una tecnica bioptica sicura, ottenere cioè dei frammenti di tessuto pancreatico senza incorrere nel rischio di liberare gli enzimi digestivi contenuti nella parte esocrina della ghiandola, che passi da gigante potremmo fare! E' chiaro che, senza poter ottenere delle evidenze dirette, siamo costretti a formulare continuamente ipotesi, quello che poi abbiamo fatto in tutti questi anni precludendoci così la possibilità di accelerare il cammino per finalmente individuare la causa o le cause dell'IDDM. Cosa si sta facendo per prevenire, e non solo per prevedere la distruzione delle cellule beta nel diabete di tipo 1? E che ruolo svolgono gli autoanticorpi ICA e GAD nella cura del diabete di tipo 2.

Leggi la continuazione dell'intervista.
Chi è Gian Franco Bottazzo

Ultima modifica: luglio 1999

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