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Per vincere ci vuole la testa
Per gli atleti impegnati negli sport di resistenza, così come per le persone diabetiche, sono importantissimi la conoscenza e il controllo cosciente dei segnali dell'organismo e del metabolismo.
I muscoli e le caratteristiche fisiche? A certi livelli sono identiche. Gli allenamenti e le diete? Fra atleti professionisti ormai sono standardizzate. "Oggi negli sport di resistenza come la maratona o il triathlon, a fare la differenza è sempre di più l'aspetto mentale, la capacità che l'atleta ha di controllare i processi del proprio organismo", afferma Pietro Trabucchi, psicologo e ultramaratoneta.
A dover essere controllati sono sì i processi consci, come il passo, la pedalata o l'equilibrio, ma soprattutto quelli inconsci. "L'atleta impegnato in una gara importante deve sostenere livelli elevati di tensione e di stress psicofisico mantenendo inalterata la qualità delle sue prestazioni sportive", dice Alberto Cei, presidente della Società Italiana di Psicologia dello Sport.
Perché ciò accada occorre un allenamento, anzi un apprendistato simile a quello dei fachiri che imparano a dominare il loro sistema nervoso autonomo. Si chiama 'mental training' e nelle gare di resistenza interviene soprattutto in tre momenti specifici.
Prima della gara
"Tre giorni prima della gara un atleta si sente rilassato e tranquillo il suo stato d'animo rispecchia una attivazione ottimale. Mezz'ora prima però", esemplifica Trabucchi, "lo stesso atleta si trova in una situazione ben diversa: il cuore gli batte forte, la respirazione accelera; anche da fermo è un poco in affanno, la bocca è secca, il tono muscolare si è alzato e si sente rigido, lo afferra anche un vago senso di panico". Cosa è successo? "L'atleta non è malato, quello che prova è l'effetto della reazione cosiddetta di 'lotta/fuga', che era ideale per i nostri progenitori assaliti all'improvviso da un animale feroce, ma che è deleteria per chi si appresta a compiere uno sforzo prolungato". L'atleta, che se ne rende conto, inizia a temere per il successo della gara e l'ansia peggiora la situazione. "In questi casi occorre dapprima capire ciò che sta accadendo, in secondo luogo concentrarsi su uno o due aspetti chiave della reazione, per esempio il battito del cuore, misurarlo e ridurlo".
Ovviamente queste tecniche vanno apprese prima in situazioni di tranquillità. "La cosa peggiore è continuare a dirsi 'devo rilassarmi' senza disporre di tecniche adatte", continua Trabucchi che oltre a essere collaboratore dell'Istituto di Scienze dello Sport è consulente per il mental training della Italian Ultramarathon and Trail Association.
Queste tecniche si basano sull'apprendimento di specifici comandi coscienti in grado di influenzare i muscoli striati, che generalmente rispondono a comandi inconsci.
La fatica inizia nel cervello
Un secondo aspetto del mental training è il dominio della sensazione di fatica. "L'obiettivo è continuare ad andare forte anche quando la fatica si fa sentire", nota Trabucchi, "la fatica dipende solo in parte dallo sforzo e dalla preparazione atletica: è un dato in parte culturale, in parte relativo alla personalità di ciascuno". Il problema è che la sensazione di estrema fatica è associata a una reazione automatica di ansia. Questa 'rompe' il ritmo dell'atleta diminuendo l'efficienza del suo movimento, alzare il battito cardiaco, rovina l'equilibrio della respirazione e provoca una vasocostrizione periferica, riduce quindi l'apporto di ossigeno ai muscoli aggravando ulteriormente la sensazione di fatica. Un circolo vizioso che può durare ore. Il consiglio è quindi di concentrarsi su fattori interni alla propria prestazione. "Il cardiofrequenzimetro da polso, [una sorta di orologio che invece dell'ora segnala il numero di battuti del cuore per minuto] per esempio può aiutare perché si tratta di un segnale visivo processato da una zona della corteccia lontana da quella che presiede alla sensazione di fatica".
Quando arriva la 'cotta'.
Diversa la situazione che si viene a creare dopo un lungo sforzo. Non si tratta di fatica, ma di un vera crisi del metabolismo. In una prima fase infatti l'atleta brucia glucosio, quello presente nel sangue e quello contenuto nel fegato, il glicogeno. Un maratoneta ben allenato arriva a questo stadio dopo circa 30-32 chilometri. Bruciato tutto il glucosio il corpo inizia - come il paziente diabetico ben sa - a bruciare grassi, producendo chetoni ma il passaggio da un 'carburante' all'altro richiede alcuni minuti e per chi sta correndo corrisponde a una sensazione estremamente spiacevole, che gli americani chiamano 'il muro' e gli italiani 'la cotta'. Le forze sembrano sparire, "da un minuto all'altro ci si sente invecchiati di 50 anni", commenta Trabucchi, "farsi prendere dall'ansia in questa fase significa uscire dalla gara. Occorre gestire sia il passaggio, sia la fase seguente, nel corso della quale l'organismo utilizza un 'carburante' meno efficiente e ha bisogno quindi di trovare un nuovo ritmo".
Gli atleti oggi vengono informati nei particolari di questi meccanismi: "sapere cosa sta accadendo è importante, ma è importante anche ripetersi che questi sono processi naturali che l'atleta è in grado di controllare. In questa situazione, come nella gestione della fatica, è importante condizionarsi a rispondere ad auto-istruzioni di tipo verbale: 'non rallentare', 'mantieni il ritmo' , 'mantieni costante la velocità'", afferma lo psicologo.
"Naturalmente occorre avere dall'inizio, la convinzione di poter dominare gli eventi esterni: la pratica sportiva può rafforzare questi tratti della personalità ma non può crearli". Una ricerca svolta negli Stati Uniti conferma il legame fra sport di resistenza e personalità: dopo 50 anni dai loro esordi un certo numero di ex maratoneti risultavano meno portati a sviluppare situazioni di tensione, depressione, rabbia e confusione. Insomma più capaci di dominarsi.
Sport e diabete: un convegno ne ha discuso recentemente a Napoli.
Note sull'argomento
Ultima modifica: luglio 1999
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