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Gerardo Corigliano, fondatore e presidente di Aniad e coordinatore del gruppo di studio intersocietario Diabete e attività fisica.
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Quella strana sensazione
Sono sempre meno, ma non sono poche, le persone che associano al diabete un senso di inadeguatezza fisica generale. Di rado questo vissuto ha delle basi fisiologiche. Più spesso ne crea perché la sensazione di ‘non farcela’ porta alla sedentarietà e minaccia l’equilibrio glicemico. Ma basta poco per cambiare la situazione.
“L’esercizio fisico? Non posso, ho il diabete”. Molte persone ancora oggi reagiscono così a chi consiglia loro di abbandonare la sedentarietà. «Da una ricerca recentemente svolta in Italia», racconta Gerardo Corigliano, fondatore e presidente di Aniad, un’associazione dedicata a promuovere lo sport e l’attività fisica fra le persone con diabete, «emerge un dato molto positivo: sempre più persone sanno che l’attività fisica è la migliore medicina per prevenire e gestire il diabete e altre condizioni, per prevenire le complicanze e per migliorare l’umore. Insomma il messaggio è passato», continua il diabetologo napoletano, «ma troppe persone continuano a pensare che lo sport ‘non faccia per loro’».
Una sensazione sbagliata sia nelle sue premesse che nelle sue conseguenze: «la stragrande maggioranza delle persone con diabete non ha squilibri o complicanze tali da porre un vero ostacolo alla pratica dell’esercizio fisico», nota Francesco Chiaramonte, Direttore della Unità Operativa Complessa di Diabetologia e Dietologia dell’Ospedale Santo Spirito di Roma, «è vero il contrario: l’attività fisica è particolarmente adatta alle persone con diabete. Viceversa, la sedentarietà, moltiplica il rischio di aggravarlo, contribuisce ad aumentare il peso, la pressione e i grassi nel sangue e rende più probabile lo sviluppo di complicanze».

Francesco Chiaramonte, Direttore della Unità Operativa Complessa di Diabetologia e Dietologia dell’Ospedale Santo Spirito di Roma.
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Le spiegazioni di un paradosso.
Questa situazione un po’ paradossale ha diverse spiegazioni. Quando si parla di sport, è istintivo associarlo non a uno svago alla portata di tutti, ma alla performance inimitabile del grande campione. Più in generale viviamo in una situazione paradossale: in Italia godiamo tutti – e a lungo – di una ‘salute sufficiente’, quella che i nostri nonni si auguravano di avere per continuare a lavorare e non essere di peso alla famiglia. Nello stesso tempo però condividiamo il mito di una salute assoluta, da eroe o da campione.
«Questo è assai visibile negli adolescenti che si vedono tutti perdenti rispetto a ideali astratti di bellezza o di performance fisica», nota Maria Luisa Manca Bitti, docente all’Università di Roma Tor Vergata e titolare del Servizio di Diabetologia pediatrica del Policlinico di Tor Vergata. «Per tutti, non solo per i ragazzi con diabete, un difetto scatena la sensazione di diversità, l’impressione di essere da meno degli altri».
La terza ragione addotta da chi non si sente ‘all’altezza’ di fare sport è la ‘paura di sbagliare’, riferisce Corigliano, «molte persone con diabete tipo 2 vorrebbero essere seguite da vicino nella loro attività fisica in modo individuale e da persone esperte».

Maria Luisa Manca Bitti, docente all’Università di Roma Tor Vergata e titolare del Servizio di Diabetologia pediatrica del Policlinico di Tor Vergata.
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Le soluzioni non mancano.
«Prima di tutto bisogna evitare che la persona con diabete si senta ‘diversa’ dalle altre», nota Maria Luisa Manca Bitti, diabetologa pediatra molto attenta all’Educazione terapeutica e agli aspetti psicologici e interpersonali nella relazione fra il giovane con diabete, la famiglia e il Team.
Il messaggio è: “il diabete richiede delle conoscenze, delle attenzioni e delle routine ma non limita in nessun modo la vita. Non è un handicap”. «Questo messaggio deve essere condiviso e ripetuto non solo dal Team e da tutti i componenti della famiglia, ma anche dalla scuola e deve essere rafforzato e reinterpretato ascoltando il bambino o il giovane con diabete che nel corso del tempo cambia il suo modo di interpretare la sua condizione e se stesso», continua Maria Luisa Manca Bitti.
Un concetto che Francesco Chiaramonte, diabetologo dell’adulto, conferma pienamente: «Già alla diagnosi e in tutto il corso della relazione con il paziente e la famiglia, dobbiamo sfatare l’idea che la persona con diabete sia ‘da meno’ degli altri. Avere il diabete significa ‘dover’ adottare abitudini che aiutano tutti a vivere a lungo e bene. Tra queste sane abitudini, l’esercizio fisico strutturato e costante è fra le più importanti», afferma Chiaramonte.
Diabetologo pediatra e dell’adulto concordano nel sottolineare la necessità di ‘collocare’ l’idea di diabete in questo modo perché «oggi le informazioni arrivano da mille fonti, ma sono ancora Team diabetologico e famiglia a dare le valorizzazioni, a inserire queste informazioni in un contesto emotivo adatto», come nota la Manca Bitti.
Attenzione ai messaggi sbagliati.
«A volte può bastare un messaggio o un’esperienza negativa per creare effetti devastanti», commenta Chiaramonte, «e non solo per quel che riguarda il movimento, perché il processo che porta a superare la sensazione di ‘essere da meno’ corre parallelo al processo di accettazione del diabete, tanto è vero che le persone più a rischio sono proprio quelle che all’inizio rifiutano l’idea di avere il diabete e si comportano come se questo non esistesse. D’altra parte è altrettanto sbagliato attribuire o attribuirsi uno stato di invalidità solo per il fatto di avere il diabete». Una volta superata la resistenza psicologica iniziale, l’attività fisica non può essere lasciata al caso. «Capita che una persona con diabete, superata questa fase, improvvisi un’attività fisica inadeguata, ricevendone un feedback negativo», spiega Gerardo Corigliano. È il caso di molte persone che, senza nessun allenamento, improvvisano una salita in montagna o una partita a calcio con gli amici e, a volte, si ritrovano con una ‘storta’, un dolore ai muscoli o una crisi di ‘fiato’.
«Il passaggio dalla sedentarietà all’esercizio fisico dovrebbe essere graduale», spiega Corigliano, tra i primi a ‘prescrivere’ ai suoi pazienti determinate tipologie e ‘dosi’ di esercizio fisico secondo schemi personalizzati. Molte persone con diabete se ne rendono conto e sentono l’esigenza di essere ‘avviati’ all’esercizio sotto la guida di personale esperto e appositamente formato che faccia parte del Team diabetologico.
Il ‘passaggio’ dal telecomando del televisore al manubrio di una bicicletta è la fase più delicata. «Dopodiché tutto diviene più facile», afferma Chiaramonte. «Si nota velocemente un miglioramento importante nel fabbisogno di farmaci, nell’equilibrio della glicemia e dei grassi ma anche nell’umore e nella sensazione di empowerment. La persona con diabete spesso aumenta l’aderenza alla terapia, effettua tutti i controlli che le sono prescritti. Si sente, insomma, al timone del suo diabete e non più passiva», ricorda Corigliano.
È facile notare come una pratica costante dell’esercizio fisico, a qualunque livello, migliori il tono muscolare, il ‘fiato’, la pressione e perfino l’umore. «Qualcuno diventa anche giustamente ambizioso e lancia a se stesso delle sfide. Quante volte mi è successo di sentirmi dire: “Dottore ma secondo lei potrei partecipare a quella corsa cittadina o a quel torneo?”, dallo stesso paziente che un anno prima si riteneva obbligato alla sedentarietà!», conclude Gerardo Corigliano.
Ultima modifica: giugno 2009
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