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MICROINFUSORE

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Antonietta Maria Scarpitta, diabetologa presso l’Unità Operativa di Diabetologia e Malattie del ricambio presso l’Ospedale di Marsala, e specializzata in Endocrinologia.
Ridurre i consumi

Il passaggio alla terapia con microinfusore corrisponde quasi sempre a una netta riduzione nelle dosi giornaliere di insulina. Per quali ragioni? Come evitare che col tempo questo effetto si riduca? E soprattutto perché è consigliabile non avere insulina in eccesso nel proprio organismo?

Molto spesso, quasi sempre, passando dalla terapia insulinica iniettiva a quella con microinfusore la persona con diabete scopre di aver bisogno di molta meno insulina. «Ci si può attendere una riduzione intorno al 20% a volte al 25-30% nel fabbisogno giornaliero di insulina», afferma Antonietta Maria Scarpitta, diabetologa presso l’Unità operativa di diabetologia e malattie del ricambio presso l’Ospedale di Marsala. Per fare un esempio una persona con diabete che si iniettava 11 unità la sera, 5 prima di colazione e 7 prima dei pasti principali, per un totale di 30 unità giornaliere, passando alla terapia con microinfusore riuscirà a raggiungere un equilibrio glicemico uguale o, più spesso, migliore anche solo con 20 unità.
I diabetologi hanno bisogno di prevedere con una certa approssimazione quale sarà la riduzione per definire gli schemi insulinici da adottare nei primi giorni di terapia insulinica con microinfusore o CSII (‘Continuous Subcutaneous Insulin Infusion’, sigla utilizzata dai medici), e hanno quindi elaborato dei metodi per ‘indovinare’ la riduzione attesa.
«Nelle persone che già prima di passare alla terapia con microinfusore avevano un buon compenso glicemico, ci si può attendere un calo del 20-25%», interviene Giuseppe Papa, medico dell’Unità funzionale di Malattie disendocrine e dismetaboliche del Centro catanese di Medicina e Chirurgia, «se invece il compenso era prima mediocre e quindi probabilmente la posologia insulinica utilizzata era inferiore al reale fabbisogno, nel passaggio a terapia con microinfusore tale riduzione può essere inferiore. Contano anche le abitudini e gli stili di vita. Nelle persone sovrappeso e sedentarie come tanti pazienti con diabete di tipo 2 insulinotrattati e non poche persone con diabete di tipo 1, comunque in sovrappeso o francamente obesi, c’è un problema di insulinoresistenza e le dosi restano alte. Il fabbisogno giornaliero scende invece in maniera drastica nelle persone che già prima utilizzavano al meglio la loro insulina grazie a un ideale rapporto tra peso e altezza e a corrette abitudini dietetico-comportamentali, che lamentavano frequenti episodi ipoglicemici».


Giuseppe Papa, medico dell’Unità funzionale di Malattie disendocrine e dismetaboliche del Centro catanese di Medicina e Chirurgia.
Perché il corpo ‘consuma meno’?
Le ragioni di questa riduzione sono diverse. «Prima di tutto nella terapia tradizionale l’insulina iniettata ristagna in parte nel sito di iniezione», ricorda la Scarpitta, come ben sa chi, dimenticando di cambiarli periodicamente, ha notato dei ‘bozzi’ e degli indurimenti sotto pelle.
«Non tutta l’insulina iniettata entra quindi in circolo. Inoltre il microinfusore utilizza solo insulina ultrarapida che per la sua stessa natura è utilizzata praticamente al 100%, mentre inevitabilmente questo non avviene per una parte dell’analogo lento che deve rimanere in circolo per 24 ore», continua la Scarpitta che segue i pazienti con microinfusore del centro di Marsala.

Una terza ragione deriva invece dallo stile di vita.
«Tutto sommato se parliamo di boli pre-prandiali, vale a dire dell’insulina iniettata per coprire i pasti, il microinfusore rispetto alla terapia iniettiva ‘classica’ offre vantaggi solo in termini di praticità e privacy», interviene Giuseppe Papa, specializzato in endocrinologia, «la differenza dal punto di vista fisiologico è nell’insulinizzazione basale. Il micro permette di emulare molto più correttamente la fisiologica secrezione insulinica basale e di adeguare la velocità di infusione allo stile di vita del paziente, cambiando transitoriamente la basale, prima, durante e dopo qualsiasi forma di attività fisica; è possibile anche selezionare diversi profili che si adattano ai diversi momenti della settimana, ad esempio giorni lavorativi e giorni di relax. Tutte cose impossibili utilizzando l’analogo lento (glargine o detemir) nello schema multiiniettivo classico. La terapia insulinica con microinfusore evita così gli sgraditi ‘effetto alba’ ed ‘effetto tramonto’, cioè gli aumenti della glicemia al risveglio e nelle ore pomeridiane che tanti pazienti con diabete tipo 1 hanno a causa di un maggior fabbisogno insulinico in quei momenti del giorno».

I vantaggi sulla mente e sul corpo.
La riduzione della dose giornaliera di insulina è percepita da alcuni pazienti, ma «la gran parte di loro non ci fa nemmeno caso», è l’opinione di Giuseppe Papa, «o lo considera come un piccolo vantaggio che si aggiunge a quelli ben noti: meno ‘buchi’ e più libertà». «Mi è parso però che alcuni dei miei pazienti vivessero positivamente la diminuzione della dose insulinica giornaliera, come se questa indicasse un mi-glioramento della loro condizione generale», interviene Antonietta Maria Scarpitta, «sono magari giovani che – terminata la fase di luna di miele seguita all’esordio del diabete di tipo 1 – si sono visti costretti ad aumentare gradatamente le dosi di insulina e hanno vissuto ‘male’ questa evoluzione, peraltro naturale, considerandola a torto il segno di un ‘aggravamento’ della loro condizione».
Sono comunque i medici ad apprezzare pienamente questo aspetto. Se la persona ottiene lo stesso equilibro glicemico (anzi lo migliora), con due terzi dell’insulina che usava prima, ciò significa semplicemente che fino a quel momento parte dell’insulina che assumeva ‘ristagnava’ nell’organismo, era insomma inutile. Inutile e in qualche misura anche controproducente. L’insulina è un ormone naturalmente presente nell’organismo, non ha quindi in sé nessun effetto negativo, sarebbe paradossale. «Quello che bisognerebbe evitare è un eccesso di insulina quale si osserva classicamente nelle persone con diabete di tipo 2 insulinoresistenti. Tenendo presente che si tratta di un ormone anabolizzante, c’è sempre nella mente del medico il rischio che possa determinare un aumento di peso», ricorda Giuseppe Papa. L’insulina in eccesso favorisce la formazione di tessuti, in altre parole ‘fa ingrassare’ e prendere peso, soprattutto se l’aumento è dovuto alla formazione di tessuti grassi, significa aumentare il rischio cardiovascolare.
Una persona che ingrassa tende a perdere quel buon rapporto con il suo corpo, che è la premessa all’abbandono dell’esercizio fisico e insieme la sua conseguenza.

La dose ‘fa la spia’.
«Con il tempo la riduzione diventa spesso meno marcata, le dosi di insulina tendono ad aumentare soprattutto a livello basale, anche se non le ho mai viste superare il livello iniziale. In parte questo sarebbe avvenuto anche con la terapia multiiniettiva e fa parte della storia naturale del diabete», afferma la Scarpitta, «in parte è lo stile di vita che cambia e, in questo senso, un aumento nella dose di insulina utilizzata giornalmente può far riflettere paziente e Team in quanto potrebbe segnalare l’evoluzione verso abitudini meno salubri».
Insomma non è l’insulina che fa meno effetto, ma l’assunzione di zuccheri che aumenta.
«Banalmente, potendo compensare con un veloce bolo l’effetto sulla glicemia di un fuori pasto, alcune persone, soprattutto ragazzi, non vi rinunciano e finiscono per peggiorare le loro abitudini alimentari», spiega Giuseppe Papa; «molte persone mi raccontano che grazie al micro possono finalmente ‘fare le cose che fanno gli altri’. Bene, ma dobbiamo tenere presente che ‘gli altri’, vale a dire la maggioranza delle persone, si alimentano in modo tutt’altro che sano. Imitare i coetanei e gli amici quindi farà bene allo spirito ma non all’organismo».
Un altro motivo ipotizzato da Antonietta Maria Scarpitta è una eccessiva approssimazione nel calcolo dei boli preprandiali. «Tutti i nostri pazienti prima di mettere il microinfusore, se già non lo conoscono, imparano il calcolo dei carboidrati. In questa tecnica, una certa approssimazione fa parte del gioco, non è pensabile estrarre una calcolatrice ogni volta che ci si siede a tavola, ma la mia ipotesi è che col tempo questi conti vengono fatti sempre di più a occhio e l’approssimazione è sempre per difetto. Da qui la necessità di boli di correzione che aumentano il fabbisogno insulinico».
In questo senso l’aumento dei ‘consumi’ di insulina potrebbe suggerire a chi usa il micro di ripassare qualche nozione e far evolvere le proprie abitudini verso una vita più sana.
Sarebbe paradossale avere in tasca (letteralmente) una terapia così avanzata e non trarne il meglio per se stessi e la propria salute.

Ultima modifica: giugno 2009

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