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Sandro Gentile, docente di medica interna e responsabile del Servizio di Diabetologia presso il Dipartimento di medicina Clinica e Sperimentale, presso l’Università Federico II di Napoli.
Il diabete si cura bene ovunque

La persona con diabete è seguita da numerose strutture: dagli ambulatori ai Centri di riferimento regionale, passando per ospedali e strutture private in collaborazione con i medici di Medicina generale. Qual è la migliore? Tutte possono essere adeguate se sanno lavorare in modo coordinato. Perché nessuno da solo può rispondere a tutte le esigenze.

Centri di eccellenza come gli ospedali universitari, servizi di Diabetologia ospedalieri, ambulatori di quartiere o di paese... quale struttura è la migliore per assistere la persona con diabete? «Tutte possono essere adatte, purché in grado di collegarsi con le altre e con i medici di medicina generale», risponde Sandro Gentile, presidente della Associazione Medici Diabetologi, la Società scientifica che più di ogni altra segue l’aspetto organizzativo e strutturale dell’assistenza alla persona con diabete. «nessuna struttura può né deve risolvere il 100% delle problematiche della persona con diabete; se questo avviene significa che il paziente è curato male o in modo inutilmente costoso».
La soluzione esiste. «Sull’assetto che l’assistenza al diabete deve avere abbiamo le idee chiare, confermate da esperienze effettuate in Italia e all’estero, che poggiano su studi di ogni tipo», commenta Gentile, «la persona con diabete deve essere assistita sul territorio, in strutture ambulatoriali. Non servono – se non in casi eccezionali – letti o corsie. Queste strutture devono essere pubbliche o private, grandi o piccole? Poco importa». Conta invece la capacità di questi Centri di coordinarsi con il medico di medicina generale che segue il paziente e lavorare in una sorta di Team allargato con gli altri specialisti, in modo da garantire al paziente un vero percorso assistenziale. «Il diabete può essere curato bene ovunque si siano impostati e realizzati percorsi concreti di assistenza», continua Sandro Gentile. «In teoria un diabetologo e un infermiere da soli potrebbero erogare una ottima assistenza se sanno mettere il paziente al centro di un percorso che intercetta tutte le sue esigenze».
Questi percorsi hanno preso la forma di Linee guida ampiamente condivise e discusse anche con le associazioni dei pazienti. Ma non sono ancora attuati in modo omogeneo. In questa inchiesta Modus presenta degli esempi di corretta applicazione del ‘percorso’, mostrando come strutture di ogni dimensione e tipologia eroghino una assistenza di alto livello. Ma non è ancora ovunque così. «Noi medici purtroppo siamo stati abituati a lavorare da soli, come i colleghi della Medicina di base, o in piccoli Team, i ‘reparti’ nelle realtà ospedaliere», ammette Gentile. Ma una condizione come il diabete si fa beffe delle divisioni fra reparti o fra medici di diversa specializzazione. Per aiutare la persona a gestire al meglio il diabete è necessaria ed è in atto una rivoluzione culturale fra le professioni mediche. «E la persona con diabete può svolgere un ruolo importante divenendo non solo attore cosciente ma anche catalizzatore di questa evoluzione».


Agostino Gnasso, presidente della Sezione regionale Calabria della Società Italiana di Diabetologia.
Gli snodi: la diagnosi e la prevenzione delle complicanze.
Gli snodi critici di questo percorso sono due: la diagnosi e la prevenzione delle complicanze. «Troppo spesso il diabete viene diagnosticato dopo un infarto o una ischemia. Il paziente sale sul ‘treno della diabetologia’ con sette o dieci anni di ritardo. Occorre una diagnosi precoce. Il diabete va ‘stanato’ dal medico di medicina generale fra le liste dei suoi assistiti e il paziente che supera anche di poco i livelli soglia (per esempio 126 mg/dl a digiuno), deve essere inviato al Servizio di diabetologia per il necessario ‘inquadramento’», spiega Gentile.
A quel punto la persona con diabete sarà seguita in modo coordinato dal team specialista e dal Medico di base, il quale definirà, spiega Gentile, «una serie di percorsi di cura e diagnostici a seconda dei fattori di rischio, con tempistiche diverse, con ampiezze diverse, percorsi che sanno modificarsi sulla base dell’evoluzione di questi fattori». Parte di questi controlli possono essere effettuati dal Team diabetologico o dal medico di medicina generale, ma occorre anche coinvolgere strutture cardiologiche, oculistiche, neurologiche e vascolari.
È necessario però distinguere: «Una cosa è dire al paziente, che magari ha 80 anni ed è disorientato, “Ecco la ricetta: vada dove vuole quando vuole a farsi fare un esame al fondo oculare”. Un’altra è dirgli: “Se le va bene abbiamo prenotato per lei, il tal giorno alla tal ora, un esame del fondo oculare presso questa struttura, che riferirà a me e a lei direttamente l’esito”; sono dettagli ma fanno la differenza fra un’assistenza che è adeguata sulla carta a una che lo è davvero e produce risultati tangibili in termini di qualità della vita e di risparmio da parte del Sistema sanitario», conclude il presidente dell’Associazione Medici Diabetologi.


Bruno Monti, presidente della Associazione Volontari Assistenza al Diabete.
Eccellenti al servizio.
L’ospedale universitario di Catanzaro, nella modernissima struttura di Germaneto, che ospita l’università Magna Grecia, non si sente il vertice di una piramide. Pur essendo un punto di riferimento nella ricerca, e l’unico policlinico universitario tra Messina, Bari e Napoli. «Siamo una struttura come le altre, un nodo nella rete creata per rispondere alle esigenze delle persone con diabete», spiega Agostino Gnasso, docente di Medicina Interna e Direttore dell’Unità Operativa di Malattie del Metabolismo.
Un centro di eccellenza ha ovviamente un suo ruolo specifico: «Nel suo percorso la persona con diabete può aver bisogno di indagini diagnostiche, genetiche per esempio o strumentali, che non vengono eseguite in tutti gli ospedali: come una indagine vascolare approfondita o una coronarografia. Lo stesso vale per gli interventi, pensiamo alla terapia laser della retinopatia diabetica, o a certe cure necessarie in alcuni casi per il piede diabetico», spiega Gnasso. Concentrare certi atti di cura in una struttura significa utilizzare meglio gli strumenti, spesso costosi, necessari e non disperdere competenze e casistiche. «In questi anni la maggior parte delle Regioni e delle Asl hanno disegnato delle ‘architetture’ di assistenza cercando di evitare sia le lacune – terapie o indagini diagnostiche non accessibili sul territorio – sia i ‘doppioni’», spiega Gnasso. «Nella provincia di Catanzaro, per esempio, è stato messo in atto un accordo fra l’ospedale universitario, l’ospedale Pugliese-Ciaccio del capoluogo e l’azienda sanitaria territoriale alla quale afferiscono le strutture ambulatoriali diffuse sul territorio», racconta Gnasso. «stabilendo con chiarezza ‘chi fa cosa e quando’. Questa struttura mette al centro il paziente e il Team diabetologico che lo segue. La struttura specializzata, si tratti di un ospedale o di un policlinico universitario, abbia o meno il titolo di Centro di riferimento regionale, non importa, si pone al servizio del Team che segue il paziente».

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Ultima modifica: giugno 2009

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